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MORTALIA DEMENT.

La MLB a Palazzo Martinengo per la Biennale di Venezia

La MLB Maria Livia Brunelli Gallery (Ferrara, Porto Cervo) espone in occasione della Biennale di Venezia in una location spettacolare, Palazzo Martinengo nel sestriere di Dorsoduro, già dimora di famiglia del pittore Mariano Fortuny, dove l’artista visse ed ebbe il suo atelier dal 1889 al 1899, data in cui acquistò il Palazzo Pesaro Orfei, l'attuale Museo Fortuny. Trasferitosi da Parigi, dove la sua famiglia frequentava un ambiente creativo internazionale, a Venezia Fortuny trovò sollievo da allergie e asma. Divenne un noto pittore, fotografo, scenografo ed esperto di tessuti, e fece del suo palazzo un museo ricco di collezioni di ceramiche, armature, stoffe, tappeti, dipinti e incisioni, come testimoniano le foto d'epoca. Questo affascinante ex atelier diventa ora sede della MLB Maria Livia Brunelli Gallery dal 7 maggio al 21 maggio, e per la prima volta viene aperto al pubblico.

I tre saloni che si affacciano sul Canal Grande ospitano le opere e le installazioni di diversi artisti, da alcuni tra i più riconosciuti nomi del mondo dell’arte a giovani talenti emergenti di respiro internazionale.

Le straordinarie light boxes di Hiroyuki Masuyama dedicate alle quattro stagioni emergono dalla penombra riempiendo la sala di sorprendenti cromie floreali: l’artista ha fotografato lo stesso luogo per un’intera stagione ogni giorno, per poi sovrapporre digitalmente tutte le immagini. Le fotografie luminose sono pertanto il frutto di una sovrapposizione di centinaia di fotografie digitali, un lavoro di grande meticolosità ispirato alle stagioni della natura e al trascorrere del tempo. Masuyama espone in parallelo nella mostra “After J.M.W. Turner 1834–2019”, organizzata da Studio La Città nel nuovo spazio GAD-Giudecca Art District sull’isola della Giudecca.

Una spettacolare natura morta di Hans Op de Beeck, in grigio monocromatico, accoglie il visitatore a una simbolica cena nel salone principale che si affaccia sul Canal Grande: una allusione ai classici dipinti di vanitas seicenteschi, con piante, bottiglie, frutta, teschi, ma anche sigarette, telefoni cellulari e candelabri, in una sapiente contaminazione di attualità e classicità. Le versioni scultoree dell'arte del tassidermista formano composizioni unite che rappresentano il nostro ambiente attuale, certamente, ma funzionano anche come "memento mori", ricordandoci la natura transitoria dell'esistenza umana.

Bertozzi & Casoni presentano raffinate opere in ceramica che esprimono il senso della caducità con incredibile realismo. I soggetti, spesso antiestetici o improbabili, destabilizzano il giudizio per la preziosità del materiale e l’indubbia maestria della loro fattura. Il grande mandala azzurro “Waiting” è composto da cassette del pronto soccorso che, aperte, svelano una volta celeste percorsa da chiocciole, simbolo fin dall’antichità di armonia e resurrezione, mentre un barile di petrolio con un’averla maggiore posata sul bordo diventa un concetto rovesciato di ready made, un oggetto di scarto che preso dal reale e realizzato in ceramica assume la valenza di oggetto estetico.
L’accumulo di ossa chiamato “Meravigliossobello” sulla cui sommità è posto un cranio di Big Horn è idealmente un memento mori che tende la mano all’usanza che esiste ancora in alcune zone d’Italia dove tradizionalmente si puliscono le ossa degli avi creando un contatto con loro per esorcizzare la paura della morte.

Ketty Tagliatti ed Elisa Leonini hanno composto una grandiosa installazione site specific a forma di rosa disseminando direttamente sulla parete centinaia di cosmetici femminili anti-età ricoperti tutti con infinita pazienza di filo rosso. L’opera, che ha richiesto alle artiste dieci anni di lavoro, allude alla delicata fase della menopausa esorcizzando, attraverso la ripetitività del gesto performativo ossessivo, la paura delle donne di “sfiorire”. L’unione dei punti rossi composti da questi oggetti crea la visione dei petali della rosa, rappresentata nel momento della massima fioritura, che precede il suo appassimento. Lo stesso concetto si ritrova nell’incredibile arazzo di Ketty Tagliatti che svela una camelia composta da migliaia di spilli sapientemente intrecciati tra loro in modo da sollevare la tela e creare le volute del fiore: allusione alla pazienza dell’universo femminile, capace di trasformare in bellezza anche un accumulo insidioso di spilli. Un’arte, quella di Ketty Tagliatti, che parte da matrici spazialiste per addentrarsi poi nel terreno della performance, tanto che l’artista accompagna la lenta realizzazione dei suoi lavori con silenziose litanie legate alla sua infanzia. 

Infine Matteo Valerio, trentenne “new talent” della prestigiosa Saint Martins di Londra, rappresentato in Italia dalla MLB, ha realizzato appositamente installazioni e sculture in tessuto da lui cucite a mano e colorate con tinture vegetali ispirate ai fiori che anticamente venivano utilizzati per creare i colori a olio dei dipinti veneziani. Un omaggio all’epoca di costruzione del palazzo che ospita la mostra, che venne acquistato dalla nonna dell'attuale proprietaria, la Contessa Ina Nani Mocenigo. È stata proprio lei a suggerire il titolo dell’esposizione, "Mortalia Dement", motto della famiglia Mocenigo. La Marchesa Maria Giuseppina Sordi ha scritto per l'occasione un testo di presentazione della mostra che illustra lo stretto legame tra le opere esposte e il motto di famiglia collegato alla storia del palazzo.

I lavori degli artisti hanno come fil rouge il tema del memento mori legato alla componente vegetale  e floreale, ma anche quello della bellezza di ogni stagione della vita, perchè, come sosteneva Gabriele d'Annunzio, che frequentava gli stessi ambienti di Mariano Fortuny in quegli anni, "la rosa che sta per sfiorire sprigiona al massimo la sua intensità e bellezza". Proprio la rosa è uno dei simboli della mostra: un lato si ricollega alla storia di Venezia, dall’altro era il fiore preferito di Peggy Guggenheim, in omaggio ai due palazzi più significativi della storia dell’arte veneziana vicini a Palazzo Martinengo, la Galleria di Palazzo Cini e la Collezione Peggy Guggenheim.

La mostra si avvale della preziosa collaborazione delle gallerie Studio La Città (Verona), Galleria Continua (San Gimignano, Beijing, Les Moulins, Habana) e del noto collezionista e gallerista Gian Enzo Sperone (Svizzera); inaugura con una preview su invito il 7 maggio alle 18 (anteprima per la stampa con brunch alle 13) e resterà aperta tutti i giorni fino al 21 maggio dalle 15 alle 19 o su appuntamento. Dal 7 al 14 maggio il salone principale del palazzo che si affaccia sul Canal Grande ospiterà sette cene riservate solo a sette persone che saranno invitate a partecipare a una performance culinaria in cui gli chef interpreteranno, attraverso piccole e raffinate sculture edibili, le opere degli artisti esposti (per info: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.).

 

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Saturday, 18 April 2015 10:51

Deflagración. Un dialogo con Picasso e Gaudì

Elisa Leonini e Ketty Tagliatti

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CUSTODI DEL TEMPO
 a cura di Maria Livia Brunelli

11 maggio - 30 settembre 2017
inaugurazione sabato 10 maggio dalle 16 alle 19
Villa "Al Console", via per Carignano 186 Carignano (Lucca)


A esporre una delle maggiori artiste-fotografe italiane, Silvia Camporesi, insieme a Ketty Tagliatti, artista e scultrice: le due artiste hanno realizzato opere site specific per gli interni della cinquecentesca abitazione di Leopoldina Pallotta della Torre, discendente di una antica famiglia marchigiana; la villa, accuratamente restaurata da un atto d'amore, ospita mostre di arte contemporanea da diversi anni.
Dopo due edizioni curate da Ludovico Pratesi, che hanno visto attivi artisti del calibro di Flavio Favelli e Giovanni Ozzola, ora è la volta di queste due artiste, accomunate dalla volontà di essere "custodi del tempo".

Silvia Camporesi espone una raffinata selezione di fotografie della serie "Atlas Italiae" dedicate al carcere di Pianosa, in cui è stata la prima fotografa ammessa a entrare; mentre Ketty Tagliatti, nota nel mondo dell’arte per le sue tele in cui ha cucito con infinita pazienza centinaia di spine di rose, presenta una meditata scelta di lavori.

Oggetti prediletti del lavoro di Ketty Tagliatti sono state le poltrone e le rose, in realtà entrambi pretesti per indagare il tempo del fare arte, che nel suo caso è un tempo lento, che implica la calma ritualità di gesti catartici, sempre uguali. Una manualità intesa come rito: ha utilizzato in questo senso il ricamo per attaccare spine di rose reali sulla tela. Partita da una riflessione sull’arte informale, che è alla base di tutti i suoi lavori, a Carignano espone un arazzo davvero incredibile, che ha richiesto mesi e mesi di lavoro. Non si tratta questa volta di una rosa, ma di una camelia, simbolo decorativo cinese che l’artista ha tratto da una vecchia tappezzeria parigina dell’inizio del secolo. Stupefacente è la tecnica utilizzata per un'opera così grande: ogni petalo è realizzato con centinaia e centinaia di spilli, che, sapientemente affiancati e direzionati, creano le morbide volute tipiche di questo fiore. La fitta trama di spilli lucenti si presenta come un raffinato ricamo d’argento, che evoca una bellezza sfavillante tanto quanto inquietante.

Scrive l’artista a proposito di un’opera altrettanto evocativa, una colonna di suppellettili di famiglia ricoperte di tessuto, quasi a volerne proteggere la fragilità in quanto muti testimoni di ore di lieta convivialità: “Gli oggetti abbandonati, testimoni di un’epoca ormai passata, mi hanno sempre affascinato. Forse perchè ricchi di memorie di un’esistenza scandita da riti quotidiani più rassicuranti, nella loro lentezza. Questi, ora non più in uso, scartati dalle mani di chi si è preso cura della loro identità di strumenti utili, sono stati rimpiazzati con oggetti portatori di riti più veloci ed essenziali, che alla fine hanno modificato anche il nostro spazio vitale svuotandolo di un suo valore sacrale fatto di antiche tradizioni. Li ho riconosciuti, scelti, isolati con un involucro di stoffa morbida cucita addosso che li rende neutri pur rispettando la memoria della loro originaria e singolare identità. Li ho collocati in un individuale spazio-loculo che ridà loro una nuova sacralità. Spogliandoli della funzione utilitaristica, li ho rivestiti della loro essenza, esponendo così il loro “Nervo Divino”, come direbbe J. Ortega Y Gasset”.

Silvia Camporesi lavora in altro modo come “custode del tempo”. L’artista ha esplorato nell’arco di un anno e mezzo tutte le regioni italiane alla ricerca di paesi ed edifici abbandonati. “Atlas Italiae” è il risultato di questa raccolta di immagini, una mappa ideale dell’Italia che sta svanendo, un atlante della dissolvenza. Si scoprono così luoghi nascosti e spesso mai svelati, magici nelle loro smagliature scrostate, pervasi da energie impalpabili. La serie fotografica si presenta come una collezione poetica di luoghi (borghi disabitati, architetture fatiscenti, archeologie industriali) fondata sulla ricerca di frammenti di memoria. Questa mappatura non ha intenti di denuncia, ma riprende idealmente lo spirito del Grand Tour, della ricerca di vestigia passate, ancora portatrici di tracce di vite vissute, con cui confrontarsi per riflettere sul presente al fine di immaginare il futuro. Una volta gli artisti andavano alla scoperta delle rovine romane, oggi Silvia Camporesi ricerca le rovine contemporanee. Per rivivere quello spirito e per ridare vita ai luoghi, alcune immagini sono state stampate in bianco e nero e colorate a mano dall’artista. Tra questi luoghi Silvia Camporesi ha scelto di fotografare l’isola di Pianosa, che, come scrive Marinella Paderni, è “un lembo di terra unico nel suo genere e dalla vita non facile, che pare più miraggio che una realtà concreta. Un luogo dalla natura selvaggia, protetta e salvaguardata dall’incuria umana, trasformato (forse proprio per questo) in una fortezza che confina i vissuti dei pochi uomini che la abitano tra un carcere di massima sicurezza, il mare e un parco nazionale. Prima artista a poter lavorare su Pianosa, nell’omaggio poetico che Silvia Camporesi dedica a Pianosa un altro elemento si affaccia al suo sguardo, ponendo l’artista di fronte alla sfida di catturare in una visione il mistero dell’acqua”.

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Tuesday, 23 August 2016 12:57

Deflagración. Un dialogo con Picasso e Gaudì

elisa leonini and ketty tagliatti

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bombardieri, lodola, tagliatti

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ketty tagliatti

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maurizio camerani and ketty tagliatti

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Monday, 11 July 2016 19:26

Ketty Tagliatti

Ketty Tagliatti, born in Ferrara in 1955, graduated from the Fine Arts Academy of Bologna. Between 1992 and 2002 the artist collaborated with the Gallery Studio la Città di Verona, where she began to participate international art fairs. Her studies began with reflections on informal art, which have been the basis for all her works, then she created series dedicated to “chairs” and “roses”. She began her “roses” series in 2003 using various techniques, including embroidery on canvas. The series dedicated to earth and the cultivation of roses, begins when the artist moved to her studio at the countryside, in province of Ferrara. For the artist, each work is like a diary page, where the rituals, slowness and patience play a crucial role. As it is visible in the great tapestry of nearly three meters, entitled Sur-natural: this time the subject is not the artist’s favourite object, a rose, but a camellia, Chinese decorative symbol that the artist made from an old Parisian upholstery at the beginning of the century. The technique used in this very big work is amazing: each one of the rose petals is realized with hundreds of pins, which, wisely accompanied and directed, create soft swirls, which is typical for this flower. The dense texture of shiny pins look like a fine silver embroidery, surrounded by a decorative frame. Nowadays, her studies are shifting towards a more informal and abstract matrix.

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