Eduarda Emilia Maino nasce a Milano il 2 ottobre 1930. Dopo aver conseguito una laurea in medicina, decide di non esercitare la professione e si dedica invece alla pittura, intrapresa da autodidatta. Nel 1957 conosce Piero Manzoni, con il quale instaura un rapporto di amicizia determinante per il suo avvicinarsi all’avanguardia milanese. L’anno successivo realizza il suo primo ciclo, I Volumi, tele attraversate da ampie aperture ellittiche che instaurano un dialogo ideale con I Buchi di Fontana e la collocano immediatamente nel fronte più innovativo della ricerca spazialista. Sempre nel 1958 tiene la sua prima personale alla Galleria dei Bossi di Milano e aderisce alle ricerche radicali animate dai giovani artisti dell’ambiente milanese. Nel 1959 entra nel gruppo Azimuth, fondato da Manzoni, Castellani e Bonalumi, struttura aperta alle sperimentazioni più avanzate della scena europea e in contatto diretto con il Gruppo Zero tedesco, il Gruppo Nul olandese e il Groupe Motus francese. È nell’ambito di questi scambi internazionali che, nel 1961, invitata in Olanda, il suo nome viene erroneamente stampato come un’unica parola, “Dadamaino”, crasi di cui l’artista sceglierà di appropriarsi definitivamente pochi anni più tardi. Nel 1962 partecipa alla collettiva Nul allo Stedelijk Museum di Amsterdam, mentre nello stesso periodo aderisce al neonato movimento Nuove Tendenze, al quale partecipano tra gli altri Getulio Alviani, Bruno Munari, Jesús Rafael Soto ed Enzo Mari.

Nella prima metà degli anni Sessanta approfondisce il tema del movimento realizzando opere di carattere ottico-dinamico e indirizzando poi la sua ricerca verso la Ricerca del colore, un lavoro sistematico sui rapporti cromatici derivati dallo spettro solare. A partire dagli anni Settanta il suo lavoro compie una svolta decisiva: l’interesse si concentra sul segno, concepito come unità elementare di un linguaggio personale. Dadamaino elabora una serie di moduli grafici ripetuti con disciplina quasi ascetica, sviluppando prima l’Alfabeto della mente, composto da caratteri alfabetici inventati con cui crea lunghe lettere costituite dalla reiterazione di un singolo segno, e successivamente I fatti della vita, ciclo nel quale riutilizza gli stessi elementi grafici ampliandone le possibilità combinatorie. Questo nucleo viene presentato in una sala personale alla Biennale di Venezia del  1980, consolidando la posizione dell’artista nella scena internazionale.

Nel 1983 il Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano le dedica una grande retrospettiva, cui segue una nuova partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1990. Nel 2000 il Museo di Bochum organizza un’importante antologica che ripercorre l’intero arco della sua produzione, confermando la centralità del suo contributo alla ridefinizione del linguaggio segnico e percettivo del secondo Novecento. Dadamaino muore a Milano il 13 aprile 2004, lasciando un corpus coerente e radicale che continua a essere riconosciuto come una delle indagini più rigorose sul rapporto tra spazio, segno e percezione nella storia dell’arte contemporanea.

 

Nata nel 1934 a Celle, in Germania, Irma Blank cresce in un contesto segnato dalla ricostruzione postbellica. Nel 1955 si trasferisce in Italia, vivendo prima in Sicilia e poi a Milano, città che diventerà il centro della sua vita e della sua attività artistica. Proprio il confronto quotidiano con una lingua non sua diventa una soglia decisiva nella sua ricerca: essendo tedesca in Italia, l’artista inizia a interrogarsi sul funzionamento della parola e sul rapporto tra linguaggio, identità e comprensione.

Da questa esperienza nasce il desiderio di lavorare non sul significato, ma sulla struttura della scrittura stessa. Il suo lavoro esplora infatti la scrittura come gesto universale, oltre il linguaggio. “Volevo arrivare a una scrittura che non dicesse nulla, per dire tutto”, afferma Blank.

Le sue opere sono costituite da segni minimi, tratti ripetuti, superfici che evocano la pagina scritta senza contenere parole. Indaga la tensione tra presenza e assenza, voce e silenzio, creando alfabeti immaginari, manoscritti astratti, pagine mute che parlano attraverso il ritmo e la densità del segno.

Negli anni Settanta collaborò frequentemente con Mirella Bentivoglio, figura chiave della poesia visiva e verbo-visuale, e realizzò alcune delle sue opere più note, appartenenti al ciclo Trascrizioni, a cui lavorò tra il 1973 e il 1979. In queste opere testi reali vengono trasformati in fasce, linee e trame fitte, che rendono il contenuto illeggibile ma ne restituiscono il respiro e la struttura. Accanto a Trascrizioni, tra le sue serie principali troviamo: Eigenschriften, esercizi meditativi in cui la scrittura diventa atto puro; Radical Writings, segni più corporei e ritmici, spesso realizzati con colori fluorescenti; e Bleu Silence superfici monocrome in blu, colore eletto per la sua intensità meditativa e neutralità.

La pratica di Blank è fondata su ripetizione, disciplina e un approccio quasi ascetico al gesto. L’artista stessa affermava: “Libero la scrittura dal senso e metto in evidenza la struttura, l’ossatura, il segno nudo, il segno come tale che non rimanda ad altro che a sé stesso”.

Il suo lavoro abbandona narrazione e rappresentazione per concentrarsi sull’essenza del segno, trasformando il gesto della scrittura in un’esperienza estetica universale.

Irma Blank ha continuato a lavorare con profondità e rigore fino agli ultimi anni.

È scomparsa a Milano nel 2023. La sua ricerca rimane oggi un riferimento fondamentale per artisti e studiosi interessati al linguaggio, alla filosofia del segno e alla materialità della scrittura — una testimonianza straordinaria di come la scrittura possa diventare immagine, respiro, presenza.

 

Giuseppe Chiari è stato una delle figure più importanti dell’avanguardia italiana del secondo Novecento. Nato a Firenze nel 1926, si laurea in ingegneria ma, parallelamente, intraprende studi musicali privati, con particolare attenzione al pianoforte e alla composizione. Formatosi come pianista e compositore, si avvicina presto alla sperimentazione musicale e artistica.

A partire dagli anni Sessanta, diventa protagonista della scena internazionale come esponente del movimento Fluxus, elaborando un linguaggio radicale che fonde musica, gesto, scrittura e immagine. Attraverso performance, partiture grafiche, video e testi teorici, Chiari ridefinisce il concetto di musica come azione e pensiero, superando i confini tra le arti.

Sostenitore dell'interazione tra suono, linguaggio, gesto e immagine, ha elaborato azioni artistiche in linea con le esperienze neodadaiste e concettuali, in cui brevi brani si susseguono senza un ordine prestabilito, dando forma a complesse pièces musicali fondate sull’indeterminazione e sulla libertà espressiva.

Chiari ha infatti composto quella che definiva "musica d’azione", basata su un metodo esecutivo che accoglieva elementi sonori casuali o aleatori – come acqua, foglie secche, sassi – accanto agli strumenti tradizionali. Questi elementi, sfruttati in performance come Gesti su un piano (1962), La strada (1965) e Suonare la città (1965), offrono lo spunto per una riflessione profonda sul caso e sull’improvvisazione come fondamenti del fare artistico.

Parallelamente, la sua ricerca visiva si concentra sulle partiture grafiche e sul segno come forma autonoma. Scritture, annotazioni, cancellature e timbrature costruiscono un alfabeto essenziale, dove il linguaggio musicale incontra quello dell’immagine. “Scrivere è costruire”, afferma Chiari: ogni tracciato diventa un’istruzione mentale, una possibilità performativa.

Le sue prime partiture grafiche trasformano i segni musicali e i gesti in immagini autonome, aprendo a una ricerca visiva che si estende ai collage, alle pitture gestuali, a lavori su spartiti, fotografie, pentagrammi, spesso arricchiti da scritte e timbrature. Questa produzione trova piena espressione e maturità negli anni Ottanta, in opere in cui segno, testo e immagine si fondono in una sintesi originale.

La sua opera è stata esposta in importanti eventi internazionali, tra cui Documenta 5 (Kassel, 1972) e numerose edizioni della Biennale di Venezia, ed è oggi conservata in musei e collezioni pubbliche e private in tutto il mondo.

Fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2007, Giuseppe Chiari ha continuato a sperimentare nuovi linguaggi, lasciando un’eredità fondamentale per l’arte contemporanea. La sua opera rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per chi esplora il rapporto tra suono, segno e pensiero, tra arte e vita.

Nicoletta Grillo (1991)

Nicoletta Grillo (1991) è un’artista e ricercatrice con base a Bruxelles e Milano. La sua pratica riflette su un particolare concetto di risonanza: al centro del suo lavoro vi sono specifiche conversazioni che avvengono tra immagini, parole (sotto forma di voci o testi), luoghi o persone. Attraverso assemblaggi verbo-visuali, il suo lavoro si concentra sulle connessioni tra memoria collettiva e individuale per esplorare le risonanze tra passato e presente, spazi pubblici e intimi, territori e individui.

Ha esposto in spazi come Video Sound Art / Milano, Careof / Milano, Focus / Lugano, Fondazione Stelline / Milano, Palazzo Martinengo / Brescia. È tra le vincitrici del bando L’Italia è un desiderio (MiC e Mufoco, 2023) e del Premio Nocivelli (2022), e tra le finaliste del Premio Fabbri (2022). La casa editrice Boîte Editions ha pubblicato il suo libro fotografico Noi (2022).
Dopo aver studiato architettura, fotografia e musica a Milano, ha conseguito un dottorato al Politecnico di Milano e alla KU Leuven. È attualmente docente presso l’Università di Hasselt.

 

(Giulia Brandinelli)

Maria Lai (Ulassai, 1919 – Cardedu, 2013)

Maria Lai nasce il 27 settembre 1919 a Ulassai, in Sardegna, e passa la prima infanzia a Cardedu. Frequenta la scuola media a Cagliari dove il suo professore di italiano e latino è lo scrittore e giornalista Salvatore Cambosu, che le trasmette l’amore per la poesia e le insegna l’importanza del ritmo. Nella seconda metà degli anni Trenta prende per la prima volta lezioni di modellato dallo scultore Francesco Ciusa, che le insegna a maneggiare la creta, e incontra l’artista futurista Gerardo Dottori.

Nel 1940, spinta dal desiderio di seguire la sua vocazione artistica, si trasferisce a Roma per iscriversi al Liceo Artistico di via Ripetta, dove ha come docente lo scultore Renato Marino Mazzacurati. Incoraggiata da questo incontro, terminati gli studi, si traferisce nuovamente e si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia per studiare scultura nella classe di Arturo Martini. Nella seconda metà degli anni Quaranta rientra poi in Sardegna dove incontra lo scrittore Giuseppe Dessì e, nel 1953, viene allestita la sua prima personale presso l’associazione Gli Amici del Libro di Cagliari.

Tornata a Roma nel 1956 frequenta Giuseppe Dessì insieme ad altri intellettuali, scrittori, artisti e musicisti. Durante gli anni Cinquanta sperimenta la tecnica grafica e pittorica e, nel 1957, espone i suoi disegni alla Galleria dell’Obelisco di Roma. Segue per lei un decennio di profonda riflessione e mutamento in cui abbandona progressivamente la figurazione per dedicarsi alla sperimentazione di nuovi materiali fino ad approdare alla realizzazione dei “Telai”, presentati nel 1971 presso la galleria Schneider di Roma. Prosegue la sperimentazione artistica e nel 1975 espone presso la galleria Arte Duchamp di Cagliari presentando le “Tele cucite”. Nel 1978 partecipa alla Biennale di Venezia nell’ambito della mostra Materializzazione del linguaggio curata da Mirella Bentivoglio. Alla fine degli anni Settanta, dopo un periodo di sperimentazione in cui predilige l’uso di stoffe e fili, realizza i “Libri cuciti” e le “Geografie”. Nel 1979 opera per la prima volta in uno spazio pubblico e realizza a Selargius la Casa Cucita: cuce la parete esterna di una casa trapassando più volte l’intonaco con ago e filo.

Nel 1981 dà vita a Ulassai a Legarsi alla montagna, primo intervento di arte partecipata in Italia: gli abitanti del paese legano con un nastro azzurro le case tra loro e poi alla montagna sovrastante in modo da simboleggiare l’armonia fra l’uomo, la natura e l’arte. Parallelamente continua la sperimentazione artistica con stoffe e fili: nascono così i “Lenzuoli” e i “Libri cuciti” si declinano in fiabe.

Nei primi anni Novanta torna a vivere in Sardegna dove realizza numerose performance, azioni teatrali e ambientali, e continua a sperimentare e creare declinando in maniera sempre nuova i temi a lei cari. Scrive poi numerosi trattati in cui indaga il ruolo dell’artista, tenta di realizzare una guida per la lettura delle opere d’arte di tutte le epoche (La Barca di Carta, 1996) e crea giochi che rimandano al ruolo dell’arte (I luoghi dell’arte a portata di mano, 2002 e Il Gioco del volo dell’oca, 2003). Nel 2004 le viene conferita la laurea honoris causa in Lettere presso l’Università degli Studi di Cagliari. Il 16 aprile 2013 si spegne infine nella sua casa di Cardedu.

 

 (Giulia Brandinelli)

Nata nel 1941 a Varese, Milli Gandini opera, dal 1968, come collaboratrice nello studio di industrial design del marito Innocente Gandini. Graphic designer, si occupa di pubblicità e progetta disegni e trame per tessuti d'arredamento. Nel 1972 illustra e pubblica, per la collana "Tantilibri" dell'editore Einaudi, diretta da Bruno Munari, Un libro da colorare. Nel solco di questa esperienza, fra il 1974 e il 1975 prende parte, con una serie di giochi in carta da lei ideati, a una trasmissione televisiva per bambini della Svizzera italiana.

Nel 1974 il Gruppo Femminista "Immagine" di Varese si costituisce su impulso di Milli Gandini e Mariuccia Secol, affiancate da Mirella Tognola, a seguito del loro incontro durante la mostra Operazione Arte Ambiente (settembre-ottobre 1973), organizzata a Galliate Lombardo dall'architetto Gian Paolo Manfredini, che coinvolge ottanta artisti, tra i quali Mariagrazia Sironi.

La pratica politica e artistica del movimento varesino si fondava sulla rivendicazione del salario al lavoro domestico e la richiesta di riconoscimento da parte dello Stato dell’enorme, incessante carico di lavoro femminile, invisibile e svalorizzato. La peculiarità della lotta decennale intrapresa dal gruppo - composto da Silvia Cibaldi, Milli Gandini, Clemen Parrocchetti, Mariuccia Secol, Mariagrazia Sironi - consiste nell’utilizzare le pratiche dell’arte, e non solo di autocoscienza e rivendicazione, per incidere politicamente a livello teorico ed espositivo, anche nelle maggiori sedi istituzionali europee.

Dal 1975 Milli Gandini inizia la serie di esposizioni dedicate al fortunato ciclo La mamma è uscita, che trova rapidi riscontri positivi sul territorio (febbraio 1976, Galleria "Cesare da Sesto", Sesto Calende; Luino, Palazzo Verbania).

Sono gli anni in cui decise di non spolverare più, non lavare i vetri, non pulire i pavimenti. Quando la casa fu sufficientemente sporca, tracciò il simbolo femminista sulla polvere e scrisse lo slogan “salario al lavoro domestico” su finestre, mobili e scaffali. Chiese a una compagna del gruppo di posare per una serie di scatti fotografici, trasformando la casa in un terreno di lotta femminista, in un manifesto, in un’opera. Poi prese le pentole nelle quali aveva cucinato fino ad allora e decise di chiuderle con il filo spinato, dopo averle dipinte con smalti multicolore.

Nel 1978 Silvia Cibaldi, Milli Gandini, Clemen Parrocchetti, Mariuccia Secol e Mariagrzia Sironi presenziano alla XXXVIII Biennale di Venezia (Dalla natura all'arte, dall'arte alla natura) con l'installazione dal titolo Dalla creatività femminile come maternità-natura al controllo (controruolo) della natura, allestita nella sezione denominata Spazio aperto, ubiacata presso i Magazzini del Sale alle Zattere; il gruppo invitò a esporre anche il Gruppo "Donne/Immagine/Creatività" di Napoli, composto da Valeria Dioguardi, Rosa Panaro, Bruna Sarno e Anna Trapani. E’ la prima volta che alla Biennale di Venezia venne presentato il lavoro di un gruppo femminista, nel giugno del 1978, alcuni mesi prima della partecipazione del gruppo di Mirella Bentivoglio, che vi espose nel settembre dello stesso anno:  è quindi da sottolineare l'aspetto pionieristico del Gruppo Immagine di Varese.

Dopo un meditato allontanamento dalla militanza politica, di cui è testimonianza la serie di omaggi (1979) dedicati a celebri nudi dell'arte del passato, da Degas e Renoir a Barlach, negli anni Ottanta Milli Gandini ottiene i maggiori successi sia come artista - con opere innervate d'ironia e di un sottile erotismo, non privo di ascendenze femministe nel denunciare gli stereotipi di genere - sia come gallerista, a Milano, dove diviene una vivace protagonista della vita culturale e politica cittadina. Uno dei cicli più rappresentativi di questa fase è quello (1985) dedicato a una serie di personalità politiche e culturali che frequentano la casa dell'artista: da Enrico Baj ad Angelo Cortesi; da Gianni De Michelis a Francesco Forte e Gianni Sassi. In questo stesso decennio, è ideatrice di una periodica rassegna espositiva che trasforma la città monferrina in un luogo d'incontro e di scambio tra artisti di provenienze e tendenze diverse.

Nel 1989 inizia l'esperienza milanese di il primo spazio espositivo al mondo ad aprire, di notte, la Gallery Night, nell'area periferica di Viale Certosa, ospitando artisti della caratura di Andy Warhol e Robert Rauschenberg. Negli anni Duemila cura una serie di rassegne presso lo Spazio Anfossi di Milano, tra le quali si segnala la collettiva, con lavori di autori di fama internazionale come Keith Haring e Maurizio Cattelan. Si spegne a Castiglione Olona nel 2017.

Tra le esposizioni collettive postume si ricordano: Il soggetto imprevisto. 1978 Arte e femminismo in Italia, curata da Marco Scotini e Raffaella Perna ai Frigoriferi Milanesi nel 2019, dove Milli Gandini compare tra le figure eminenti dell’epoca, e, nel 2023, Cooking Cleaning Caring: Care Work in the Arts since 1960 al Josef Albers Museum di Bottrop. Nel 2024 presso lo stand della MLB Maria Livia Bruneli Gallery ad Arte Fiera a Bologna, l’artista ha vinto il Premio “The Collectors. Chain by Art Defender” assegnato da Walter Guadagnini, Donata Pizzi, Micaela Paparella e Massimo Prelz Oltramonti con la seguente motivazione: “Diverse sono le ragioni che hanno portato la giuria del Premio Collectors Chain by Art Defender a scegliere l’opera di Milli Gandini della serie “La mamma è uscita”. Anzitutto si tratta di un lavoro che unisce la natura documentaria della fotografia a quella più propriamente creativa: le sue opere sono testimonianze di azioni altrimenti destinate a perdersi, ma allo stesso tempo rivelano la performatività insita nell'operare dell’artista. Inoltre, le sue opere – presentate in forma di trittico, quindi con un andamento anche narrativo – segnano una tappa fondamentale dell’arte e della storia della seconda metà del Novecento, vale a dire l’utilizzo della fotografia come strumento di una battaglia, e di una presa di coscienza, che investe il ruolo della donna nella società, in una chiave esplicitamente femminista. Milli Gandini realizza infatti queste opere nel 1975 all’interno della Campagna per il Salario al lavoro domestico, unendo pratica politica e pratica artistica, all’interno di un percorso collettivo che con il Gruppo Femminista Immagine approderà nel 1978 anche alla Biennale veneziana. Queste opere, realizzate ormai quasi mezzo secolo fa, appartengono dunque alla nostra storia ma allo stesso tempo sono in grado, nella loro essenzialità e anche nella loro immediatezza, di parlare all’oggi: in questo senso incarnano bene i valori del Premio, sin dalla sua origine legato alla volontà di unire la riflessione sul passato, sulla natura dello strumento fotografico, all’apertura sul presente”.

 

Cristina Nuñez

Ho iniziato a lavorare sull'autoritratto fotografico nel 1988 per superare i problemi personali derivati da alcune dipendenze in adolescenza, e per stimolare inconsciamente un intenso processo creativo che mi ha permesso di iniziare la mia pratica artistica autobiografica negli anni '90. Completamente autodidatta, e perseguendo intuitivamente la ricerca auto-etnografica, questa pratica ed esperienza nel facilitare il processo creativo delle persone dal 2005 ha portato al dispositivo The Self-Portrait Experience (SPEX). Tengo regolarmente workshop SPEX in prigioni, centri di salute mentale, musei, gallerie, università, scuole superiori e aziende in tutto il mondo. SPEX usa il potere della fotografia digitale onnipresente in un modo diverso dal 'selfies', permettendo l'espressione inconscia per esplorare onestamente emozioni difficili, al fine di ottenere una nuova visione e stimolare il processo creativo come riflessivo.

The Self-Portrait Experience è un dispositivo come lo intendono Foucault e Agamben, incentrato sulla relazione tra potere e conoscenza. Si applica sia alla mia pratica autobiografica che al lavoro collaborativo con altri, e consiste in tre fasi principali: scattare autoritratti, percepire le immagini in profondità e pubblicare le immagini. Il metodo stesso è un viaggio attraverso tutti gli aspetti della nostra vita usando la fotografia. In questi workshop, i partecipanti realizzano un processo "catalitico" trasformando il dolore emotivo in opere d'arte: lavorano sulla percezione profonda delle opere per guardare se stessi attraverso nuove lenti.

Esplorando e interrogando la pratica con me stessa e con gli altri, muovendomi tra le discipline e i mezzi artistici della fotografia, del video, della performance, ho indagato il potere creativo del dolore emotivo, la genesi e le dinamiche del processo creativo inconscio e gli scopi e gli effetti filosofici, psicologici e sociologici di questa pratica con i partecipanti e con il pubblico. La dimensione personale e quella socio-politica sono intimamente connesse: la mia pratica propone un connubio tra l'espressione emotiva e i suoi effetti speculari sul pubblico.

Simona Ghizzoni è una fotografa, artista visuale e attivista per i diritti delle donne.
I suoi lavori sono radicati nel vissuto personale, che Ghizzoni rielabora e interpreta attraverso la fotografia e il video. Conosciuta per il suo premiato lavoro autobiografico sui disturbi alimentari, Odd Days, e per la serie di autoritratti Aftermath-Rayuela che affronta il rapporto tortuoso e ambivalente tra essere umano e natura, da oltre dieci anni Ghizzoni lavora a progetti che indagano la relazione col mondo contemporaneo.
Anche nei suoi lavori di ispirazione più documentaria, Ghizzoni tende ad impiegare una narrazione personale e partecipata, che nasce dall'intimo rapporto che crea con i suoi soggetti.
Le sue opere sono state presentate in mostre personali e collettive, tra cui al Nobel Peace Centre, Paris Photo, Photo España, Athens Photo Museum, Ex Mattatoio e Palazzo delle Esposizioni di Roma e figurano in alcune prestigiose collezioni come la Collezione Donata Pizzi.
Il suo lavoro ha ricevuto diversi premi, come The Aftermath Project, Burn Magazine Emerging Photographer Grant, Margaret Mead Film Festival, Leica Oskar Barnack Award, Sony World Photography Award e World Press Photo nella categoria ritratti, tra gli altri.
Ghizzoni è una TEDX speaker e tiene regolarmente lectures in varie scuole ed università, in Italia e all'estero.

 

Bertozzi & Casoni è una società fondata nel 1980 a Imola da Giampaolo Bertozzi (Borgo Tossignano, Bologna, 1957) e da Stefano Dal Monte Casoni (Lugo di Romagna, Ravenna, 1961 – Imola, Bologna, 2023). Formatisi entrambi nell’ambito della ceramica faentina, i due artisti eleggono a proprio campo di azione questo medium, spesso relegato ai margini della scena artistica contemporanea riuscendo a dargli piena dignità e a portare la scultura in ceramica nei principali circuiti internazionali dell’arte. Protagonisti di una incessante sperimentazione, sia tecnica che formale, negli anni hanno saputo elaborare uno sguardo originale e riconoscibile sulla società contemporanea, producendo opere sempre in bilico fra ironia e critica al consumismo, tra dubbio e iperrealismo, fra splendore e riflessione sul disfacimento. Nella loro lunga e generosa attività creativa sono passati dalle felici e ironiche sculture di piccole dimensioni dei primi anni Ottanta ad un interessamento, sempre con occhio divertito, alle forme del design grazie alla collaborazione con la Cooperativa Ceramica di Imola (1985-1989) ed ai contatti con l’ambiente del design milanese. Già nella fase d’esordio manifestano una propensione anche per opere di grandi dimensioni, che caratterizzerà poi il loro percorso maturo: sono di questi anni la scultura su ruote Re (1988 -1990), Dormigliona (1991) e la realizzazione a scala architettonica del pannello Ditelo coi fiori (1990-1994) per l’Ospedale civile di Imola.  Nel corso degli anni Novanta il respiro del loro lavoro si fa decisamente più ampio e complesso, sia concettualmente, sia nelle dimensioni e nelle sfide tecniche sottese alle loro realizzazioni: nascono opere come Bosco sacro (1993), Evergreen (1995) e Scegli il Paradiso (1997). Quest’ultima segna il termine di una prima fase della produzione del duo artistico caratterizzata dall’uso della maiolica dipinta che verrà definitivamente sostituita da materiali e tecniche tratti dal mondo industriale, come la fotoceramica, ottenendo un raffreddamento del linguaggio espressivo e una sorprendente aderenza al vero a favore di un processo di oggettivazione dell’opera. A partire dal nuovo millennio si confermano linguaggi e temi che divengono distintivi della Bertozzi & Casoni e che danno vita alle “contemplazioni del presente”, secondo la definizione degli stessi autori. La riflessione sulla caducità umana, sul concetto di effimero e transitorietà dell’esistere si esprime nelle grandi installazioni Madonna scheletrita (2003 e 2008) e Riflessione sulla morte (2008); negli accumuli di ossa (che portano l’ironico titolo di Meravigliosso o Ossobello); nella serie delle vanitas che presentano cestini pieni di rifiuti percorsi da lumache, sparecchiature e vassoi con avanzi di cibo, zolle d’erba con macabri reperti. Il trash, il degrado, i prodotti e i rifiuti della società consumistica contemporanea, compresi quelli artistici e culturali, affascinano il duo che spesso li presentano in compagnia non degli umani ma di animali, irriverenti sopravvissuti testimoni della nostra società e portatori di speranza. È il caso, per citare due esempi, di Composizione n.1 (2001) in cui una cicogna e il suo nido poggiano su un’alta pila di batterie usate o Composizione in bianco (2005–2007) con la figura potente dell’orso bianco che avanza sul pack trascinando un accumulo di rifiuti. Il linguaggio formale è ipertrofico e splendido, spettacolare la capacità di mimesi, gli accostamenti imprevisti e destabilizzanti. Sono la meraviglia e lo stupore a guidare nella “contemplazione del presente” e ad indurre alla riflessione. In questo orizzonte si collocano anche le monumentali opere che espongono alle Biennali di Venezia nel 2009 e nel 2011 e l’ultima impegnativa opera La morte dell’eros (2000-2023) lasciata incompiuta da Stefano Dal Monte Casoni e terminata da Giampaolo Bertozzi.

Numerose sono le occasioni espositive in sedi prestigiose, nel 2004 sono invitati ad esporre alla Tate Liverpool e alla XIV Quadriennale di Roma. Del 2007 è la mostra personale a Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia (dove espongono tre grandi opere in concomitanza con la Biennale: “Composizione in bianco”, “Le bugie dell’arte” e “Composizione Scomposizione”) e del 2008 quella al Castello Sforzesco di Milano e al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza. Nel 2009 i loro lavori sono esposti al Padiglione Italia della Biennale di Venezia (“Composizione non finita-infinita” e “Rebus”); nel 2010 ad All Visual Arts di Londra, alla Sperone Westwater di New York, alla Galleria Sperone a Sent e alla Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano. Nel 2011 espongono al Padiglione Italia della Biennale di Venezia (“Sedia elettrica con farfalle”), alla FaMa Gallery di Verona, a La Maison Rouge di Parigi; nel 2012 alla Galleria Robilant+Voena di Londra, alla Sperone Westwater di Lugano e di New York. Dello stesso anno è la personale ad All Visual Arts di Londra dove viene esposta per la prima volta la grande opera “Regeneration”. Del 2013 sono le mostre personali al Museum Beelden aan Zee all’Aia, alla Galleria Beck & Eggeling di Düsseldorf, alla Galleria Cardi di Pietrasanta; del 2014 quelle alla Sperone Westwater di Lugano e nelle sale monumentali di Palazzo Te a Mantova. Del 2015 le personali alla Galleria Tega di Milano, alla Galleria Poleschi di Lucca, alla Sperone Westwater di New York, al Mambo di Bologna e la partecipazione a Expo Milano 2015. Del 2016 le personali nelle sale di Palazzo Larderel a Firenze (presentata dalla Galleria Il Quadrifoglio di Milano in collaborazione con Gian Enzo Sperone), alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo, all’Espace Grandjean di Vallauris, alla Galleria Verolino di Modena, al Macist di Biella e al Palazzo Ducale di Massa. Il 2017 si apre con le personali al Museo di Palazzo Poggi di Bologna e alla Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno e prosegue con la collaborazione con Ca’ del Bosco. Del 2018 le personali presso la Galleria Anna Marra di Roma e la Rossi&Rossi Gallery di Hong Kong; del 2019 quelle al MARCA di Catanzaro e al Museo Morandi di Bologna e del 2020 la personale a Pietrasanta presso il Complesso di Sant’Agostino. Del 2021 le personali alla Sperone Westwater di New York, alla Galleria Poleschi di San Marino e al Palazzo Vescovile di Imola. Il 2022 si apre con le personali presso la Galleria d’Arte Maggiore di Bologna, la Galleria Civica di Trento, la Galleria Caterina Tognon Arte Contemporanea di Venezia e prosegue con la personale presso ML Fine Art di Milano e la collettiva a Palazzo Ducale ad Urbino. Nel 2023 si segnala l’esposizione personale presso Carlocinque Gallery a Milano, la partecipazione a Villa Firenze Contemporanea all’Ambasciata Italiana di Washington e la grande mostra diffusa nelle tre sedi museali imolesi Tranche de vie. Del 2024 è la mostra personale presso il Labrinto della Masone a Fontanellato (Parma), in questa occasione espositiva nasce anche il catalogo con sette racconti inediti di Tiziano Scarpa edito da Franco Maria Ricci.

Dal 2017 al 2023 un’ampia selezione di Bertozzi & Casoni è stata esposta alla Cavallerizza Ducale di Sassuolo. Da ottobre 2023, in concomitanza con l’inaugurazione della mostra In nuce, il Museo San Domenico di Imola espone permanentemente un nucleo significativo di opere che testimoniano la loro produzione artistica.

 

Anna Di Prospero nasce a Roma nel 1987. 
Ha studiato fotografia presso l'Istituto Europeo di Design di Roma e la School of Visual Arts di New York. La sua ricerca fotografica si caratterizza per il segno introspettivo con cui esplora la quotidianità e il rapporto tra uomo e spazio.
Nel 2008 è stata inaugurata la sua prima mostra personale all’interno di Fotografia-Festival Internazionale di Roma. Nel 2009 partecipa al FotoLeggendo Festival e vince il Prix Exchange Boutographies che le vale la partecipazione al Boutographies Rencontres Photographiques di Montpellier. Nel 2010 viene selezionata per il seminario di fotografia internazionale Reflexions-Masterclass tenuto da Giorgia Fiorio e Gabriel Bauret.
Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre personali e collettive in Italia e Stati Uniti, tra cui Les Rencontres D’Arles, Month of Photography Los Angeles e La Triennale di Milano.

Le sue foto hanno incantato l’Italia e l’America, dove Anna Di Prospero ha approfondito i suoi studi presso la School of Visual Arts di New York. Ha vinto due prestigiosi premi, il People Photographer of the Year all’International Photography Awards e Discovery of the Year al Lucie Awards e si è classificata al secondo posto nella categoria Ritratto al Sony World Photography Award 2014.
Nel 2016 è stato pubblicato il suo primo libro fotografico Marseille(s), frutto del lavoro svolto in residenza artistica presso l’associazione culturale Le Percolateur di Marsiglia.

L'intensa opera che la ritrae con la madre, “Self-portrait with my mother”, è stata scelta come immagine della grande mostra della Collezione Donata Pizzi “L’altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2015” ospitata nel 2016/2017 alla Triennale di Milano. L’opera appartiene alla serie “Self-portrait with my family”, nata dal desiderio dell’artista di sviluppare una ricerca sui suoi legami più intimi: in ogni immagine ha analizzato il rapporto familiare lasciando che si trasformasse in fonte ispiratrice. La parte più importante di questo lavoro è stata per lei il coinvolgimento ottenuto durante gli scatti, grazie al quale ha scoperto aspetti sconosciuti dei suoi familiari ritratti nei luoghi della loro esistenza quotidiana.
“Self-portrait with Eleonora” è stata scelta da Concita De Gregorio come immagine di copertina per il suo libro “Chi sono io? Autoritratti, identità, reputazione”, in cui la nota giornalista l’ha intervistata insieme ad altre quattro fotografe italiane. Nelle opere della serie “Urban self-portrait”, l’artista ritrae invece se stessa in poetici ed evocativi autoscatti in cui il suo corpo “interpreta” l'architettura contemporanea.
Nel 2018 ha esposto in una doppia personale nel Palazzo Ducale di Mantova.

Hanno scritto di lei di recente Angela Madesani e Antonio Grulli

 

 

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