Andy Warhol, Ulay e Marina Abramovic. Un omaggio a Franco Farina e Lola Bonora

12 marzo 2026 / 14 giugno 2026
 

a cura di Maria Livia Brunelli

 

Presentazione

Negli anni Settanta Ferrara, grazie a personalità come Franco Farina e Lola Bonora, divenne uno dei centri di produzione e sperimentazione del contemporaneo più rilevanti a livello mondiale.

Franco Farina è stato un personaggio di grande intuito e talento: direttore dal 1963 al 1993 del Palazzo dei Diamanti, ha trasformato Ferrara in un centro propulsivo per l’arte d’avanguardia internazionale, portando per la prima volta in Italia negli anni Settanta le opere di Andy Warhol e Robert Rauschenberg. In quegli stessi anni era attivo il Centro Video Arte di Ferrara, primo centro pubblico italiano dedicato alla produzione e alla promozione della videoarte, diretto da Lola Bonora, che fu teatro delle sperimentazioni di giovani artisti che poi sarebbero diventati leggende, come Marina Abramovic e Ulay, Fabrizio Plessi, Nam June Paik.

La mostra vuole rendere omaggio a due eventi di quel decennio si rivelarono particolarmente eclatanti e che ebbero per protagonisti Andy Warhol, Ulay e Marina Abramovic.

Il primo fu, nel 1975, la mostra “Ladies and Gentlemen” di Andy Warhol, con cui il maestro della Pop Art portò nelle sale del Palazzo dei Diamanti il mondo underground delle drag queen newyorkesi, un ciclo per il quale Pasolini scrisse uno dei suoi ultimi testi critici. L’esposizione era composta da serigrafie in edizione limitata di 125 esemplari firmati e numerati in originale pubblicate dall’editore italiano Luciano Anselmino, tratte da polaroid: a partire dallo scatto, Andy Warhol aggiunge porzioni di colore acceso sia sulla figura che sullo sfondo.

Il risultato è una serie irriverente e provocatoria che intende dare rilievo a personaggi sconosciuti e lontano dai riflettori rispetto ai noti ritratti del maestro della Pop Art che immortalavano star come Maylin Monroe o Elvis Presley. La Pop Art nasce infatti negli anni Sessanta in America con il boom economico che porta alla creazione di una cultura di massa basta su un consumismo sfrenato, veicolato dai mass media e dall’affermazione delle icone del cinema hollywoodiano.

I soggetti dell’arte diventano quindi gli stessi proposti migliaia di volte dai mass media, dalla Coca Cola al dollaro, dalle lattine della Campbell's Soup alle scatole del detersivo Brillo: prodotti che in quegli anni si trovavano in qualsiasi supermercato e di largo consumo. La loro riproduzione imita la produzione seriale e l’ossessionante ripetizione di questi prodotti nelle pubblicità.

La scelta di ritrarre, con la serie Ladies and Gentlemen, quattordici drag queen e donne transessuali nere e latine della scena underground di Manhattan, va in una direzione diametralmente opposta alle icone conclamate dalla cultura di massa. Reclutati principalmente da un locale chiamato The Gilded Grape sulla 8th Street, i modelli includevano figure note come Marsha P. Johnson, oltre a Wilhelmina Ross, Alphanso Panell, Lurdes, Broadway, Iris e Helen/Harry Morales. 

Per il progetto, commissionato da Luciano Anselmino, Andy Warhol scattò oltre 500 Polaroid  che gli permisero di catturare l’intensa teatralità dei soggetti ritratti. Originariamente, le opere furono esposte senza i nomi dei protagonisti, rendendo questi ritratti icone astratte; solo di recente la Andy Warhol Foundation ne ha ricostruito le identità.

L’intera serie esplora la cultura drag e le tensioni razziali e di genere, trasformando soggetti marginalizzati in icone pop, in un periodo in cui l'omosessualità e la fluidità di genere erano fortemente stigmatizzate, e allo stesso tempo rappresenta un atto di celebrazione della cultura queer newyorkese degli anni '70. 

Palazzo dei Diamanti accoglie nuovamente queste serigrafie e altri capolavori nella mostra attualmente in corso, e la MLB omaggia questa iniziativa con l’esposizione di tre serigrafie originali dell’edizione del 1975 di “Ladies and Gentlemen”.

Il secondo evento che connotò fortemente quegli anni di radicale sperimentazione artistica fu la performance "Relation work" di Ulay e Marina Abramovic al Centro Attività Visive, in cui un'azione sfiancante e inconcludente portava al limite la resistenza dei loro corpi.

Nell'autunno del 1978 i due giovanissimi artisti Marina Abramović e Ulay sono a Ferrara con il loro ultimo lavoro della serie "Relation Work". In questa performance la coppia trasporta, da una parte all'altra della sala e sotto lo sguardo dei visitatori, alcuni secchi pieni di grossi sassi. L’operazione, stremante e ripetitiva, intendeva esplorare la resistenza fisica e psicologica, spesso interpretata come metafora del lavoro (lavoro di coppia o burocratico), come documenta la fotografia dell’epoca di Marco Caselli Nirmal esposta in mostra.

Lo spettacolo si tenne nell’ottobre del 1978, e, racconta Marco Caselli Nirmal, Marina e Ulay avevano parcheggiato vicino Parco Massari il loro furgone camperizzato Citroën, che per i primi anni dei tour in giro per l'Europa divenne la casa ai due artisti.

La perfomance faceva parte delle sperimentazioni del Centro Video Arte, che per l’epoca fu un centro di pura avanguardia. Nato nel 1973-74 come articolazione della Galleria Civica d’Arte Moderna di Ferrara, il Centro Video Arte fu ideato e diretto da Lola Bonora per esplorare le potenzialità del videotape in campo museale e offrire ad artisti italiani e stranieri la possibilità di sperimentare questo nuovo strumento tecnologico. In quegli anni divenne l’unico centro pubblico italiano espressamente dedicato alla produzione di video-tape in campo artistico.

Tra i diversi percorsi operativi battuti dal Centro Video Arte, c’era anche la registrazione di performance organizzate in sinergia con la Sala Polivalente, inaugurata nel 1977 come ulteriore snodo delle Gallerie Civiche ferraresi e diretta anch’essa da Lola Bonora.Ebbero luogo in quella sede le video-performance di Claudio Ambrosini, Sylvano Bussotti, Claudio Cintoli, Giuseppe Chiari e Federica Marangoni, ma la Sala Polivalente ospitò anche video-sculture e video-installazioni, sulle quali il Centro investì gran parte del proprio impegno negli anni Ottanta e Novanta, come quelle di Maurizio Camerani, Enzo Minarelli e Fabrizio Plessi.

La mostra si avvale della preziosa collaborazione dell’artista sloveno Bogoslav Kalaš, amico di Ulay, che ritrasse Uay ormai anziano e malato in un raffinato dipinto realizzato con la tecnica dell’aerografia di straordinaria intensità (Portrait of Ulay, August 2018, aerography on Arches 300 g paper, 56 x 76 cm).

Le opere in mostra

L'allestimento

 

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