La mistica del quotidiano.

Bertozzi & Casoni e Maria Lai in dialogo con la Collezione Permanente

 

Il progetto curatoriale mette in dialogo Bertozzi & Casoni e Maria Lai, accostati per la loro capacità di unire tradizione e innovazione, artigianalità e concettualità a partire da oggetti comuni, cui riescono a conferire significati spirituali.

Simbolico trait d’union tra Maria Lai e Bertozzi & Casoni è uno splendido libro, quasi un unicum nella produzione dell’artista sarda: una pagina in tela fissata su un supporto in ceramica, materiale d’elezione di Bertozzi & Casoni.

Le immagini in forma scultorea scelte per l’occasione da Bertozzi & Casoni, inserite ad hoc accanto ad alcune sculture nelle vetrine del Museo della Ceramica, mostrano cumuli di libri e oggetti abbandonati, scarti di cibo e silenziose presenze animali che portano un monito a una parte di umanità frastornata e anestetizzata. C’è  in questi oggetti una forte spiritualità, come nei libri in mostra di Maria Lai, piccoli e preziosi, o nella potente poesia di Bertold Brecht scritta con paziente minuziosità da lei stessa nel retro delle ceramiche appese ai due rami di susino.

Impressionante per dimensioni e iperrealismo, è una grande opera di Bertozzi & Casoni posizionata al centro di una suggestiva sala in completo isolamento: uno spettacolare "Pinocchio", realizzato completamente in ceramica, reinterpretazione artistica del celebre personaggio letterario, che si distingue per un'iconografia insolita.

E’ infatti un Pinocchio anziano, rugoso, smarrito, seduto su un mucchio di libri delle sue avventure. Non più il burattino che impara a diventare umano, ma un uomo contemporaneo che si specchia nella sua drammatica fragilità, che riflette sulla sofferenza umana.

Un’opera che non offre una soluzione, ma spinge lo spettatore a riflettere sulla propria vita, mentre l'uso di elementi lignei che sembrano assolutamente realistici, ma che in realtà sono finti, crea un dialogo con il tema della finzione che permea tutta l'opera di Bertozzi & Casoni. Un richiamo alle avventure di Pinocchio, dove l'inganno e la finzione sono costantemente presenti, ma anche alla vanitas, al memento mori, alla memoria e al legame che la memoria instaura con gli oggetti sopravvissuti al passaggio dell’uomo, come appunto i libri.

Un legame che passa di sguardo in sguardo, come i fili e le parole intrecciate da Maria Lai, come quel tessuto celeste che scorre allegro di mano in mano, e di casa in casa, attraversando il paesaggio montuoso nell’opera relazionale “Legarsi alla montagna” (1981): un legame che intreccia tempi e luoghi differenti, parlando alla memoria personale e collettiva del passato con una spinta verso il futuro.

                                                                                                                                        Maria Livia Brunelli

dal 14 dicembre 2025 all'8 marzo 2026   

Il progetto curatoriale mette in dialogo Bertozzi & Casoni e Maria Lai, accostati per la loro capacità di unire tradizione e innovazione, artigianalità e concettualità a partire da oggetti comuni, cui riescono a conferire significati spirituali.

Simbolico trait d’union tra Maria Lai e Bertozzi & Casoni è uno splendido libro, quasi un unicum nella produzione dell’artista sarda: una pagina in tela fissata su un supporto in ceramica, materiale d’elezione di Bertozzi & Casoni.

Le immagini in forma scultorea scelte per l’occasione da Bertozzi & Casoni, inserite ad hoc accanto ad alcune sculture nelle vetrine del Museo della Ceramica, mostrano cumuli di libri e oggetti abbandonati, scarti di cibo e silenziose presenze animali che portano un monito a una parte di umanità frastornata e anestetizzata. C’è  in questi oggetti una forte spiritualità, come nei libri in mostra di Maria Lai, piccoli e preziosi, o nella potente poesia di Bertold Brecht scritta con paziente minuziosità da lei stessa nel retro delle ceramiche appese ai due rami di susino.

Impressionante per dimensioni e iperrealismo, è una grande opera di Bertozzi & Casoni posizionata al centro di una suggestiva sala in completo isolamento: uno spettacolare "Pinocchio", realizzato completamente in ceramica, reinterpretazione artistica del celebre personaggio letterario, che si distingue per un'iconografia insolita.

E’ infatti un Pinocchio anziano, rugoso, smarrito, seduto su un mucchio di libri delle sue avventure. Non più il burattino che impara a diventare umano, ma un uomo contemporaneo che si specchia nella sua drammatica fragilità, che riflette sulla sofferenza umana.

Un’opera che non offre una soluzione, ma spinge lo spettatore a riflettere sulla propria vita, mentre l'uso di elementi lignei che sembrano assolutamente realistici, ma che in realtà sono finti, crea un dialogo con il tema della finzione che permea tutta l'opera di Bertozzi & Casoni. Un richiamo alle avventure di Pinocchio, dove l'inganno e la finzione sono costantemente presenti, ma anche alla vanitas, al memento mori, alla memoria e al legame che la memoria instaura con gli oggetti sopravvissuti al passaggio dell’uomo, come appunto i libri.

Un legame che passa di sguardo in sguardo, come i fili e le parole intrecciate da Maria Lai, come quel tessuto celeste che scorre allegro di mano in mano, e di casa in casa, attraversando il paesaggio montuoso nell’opera relazionale “Legarsi alla montagna” (1981): un legame che intreccia tempi e luoghi differenti, parlando alla memoria personale e collettiva del passato con una spinta verso il futuro.

                                                                                                                                        Maria Livia Brunelli

dal 28 novembre 2025 all’8 marzo 2026

La Sardegna, con la sua storia di intrecci, di trame cariche di simboli identitari e di memoria comunitaria, diventa il punto di partenza per una riflessione che si apre a esperienze globali: dalle opere di Maria Lai e Caterina Frongia alle pratiche di Francesca Marconi, dai tappeti delle sorelle Senes di Nule alle creazioni sperimentali di artisti come Zehra Doğan e Andreco. La mostra invita a guardare alla tessitura come atto di resistenza e di rigenerazione: un filo che cuce fratture storiche e culturali, che ridà voce a comunità marginalizzate, che diventa testimonianza politica e poetica al tempo stesso. L’esposizione, curata dal funzionario direttore dei musei ISRE Efisio Carbone affronta il tema della tessitura come linguaggio universale, capace di unire il gesto artigianale tradizionale con le più urgenti domande della contemporaneità.

La tessitura è uno dei gesti fondativi della cultura umana. Da sempre, l’intreccio di fili ha rappresentato la capacità dell’uomo e della donna di costruire continuità e ordine nel tempo. Prima ancora che arte o mestiere, il tessere è un modo di pensare: un’azione che unisce mente e mano, riflessione e corpo. Fin dai miti antichi, il filo governa la sorte: Penelope disfa e rifà la tela per sospendere il tempo; Aracne sfida la dea Atena trasformando la superbia del gesto in punizione e metamorfosi; le Parche filano la vita e la recidono.” Così presenta la Mostra collettiva Efisio Carbone. “In ogni cultura, il telaio è stato immagine del mondo: struttura, ritmo, equilibrio. Come ricordava l’antropologo Claude Lévi-Strauss, “il pensiero costruisce la realtà come un tessuto”, una rete di relazioni materiali e simboliche.

“In Sardegna, la tessitura non è soltanto una tradizione, ma una forma di esistenza. Nelle case, nelle botteghe, nei laboratori comunitari, i telai sono stati per secoli strumenti di autonomia economica e culturale, luoghi di trasmissione dei saperi, ma anche spazi di libertà.” prosegue Stefano Lavra, presidente ISRE. Ogni tappeto, ogni arazzo è un racconto tramandato in segni, un modo di affermare identità, bellezza e necessità. La mostra Tessere per resistere si fonda su questa consapevolezza: che il filo, nella sua umiltà e nella sua forza, è ancora oggi un linguaggio vivo, capace di attraversare i confini tra arte, artigianato, filosofia, antropologia e società.

Il Museo della Vita e delle Tradizioni Popolari Sarde, luogo di memoria collettiva, diventa in questa occasione spazio di confronto fra artisti e artigiani, fra maestri storici e interpreti contemporanei. Questa copresenza non è un accostamento decorativo, ma un incontro reale: gli artisti contemporanei dialogano con le pratiche storiche, i maestri artigiani si confrontano con nuove prospettive estetiche. In questo ordito comune, la mostra intende mostrare la tessitura come atto politico e poetico, gesto di continuità e di resistenza. Il progetto allestitivo è dell’architetto Maurizio Bosa e gli allestimenti a cura di Eikon.

La tessitura come resistenza femminile

Il primo nucleo tematico è dedicato alla forza creativa e sociale delle donne che, nei secoli, hanno fatto del telaio un luogo di libertà. In Telai di guerra (anni ’90), Maria Lai unisce fili, carte e stoffe in un alfabeto visivo che parla di memoria e di conflitto. La sua tessitura è linguaggio del pensiero: un modo di trasformare la fragilità in conoscenza, la ferita in poesia. Lai porta la tradizione fuori dallo spazio domestico e la rende atto universale, simbolo di relazione e di cura. Con Rosanna Rossi, la tessitura diventa linguaggio analitico e materico. In Coltre di ferro (1996), l’artista intreccia lana d’acciaio: un lavoro che affronta il tema del lavoro domestico come condizione e resistenza, unendo la severità del gesto alla purezza della forma. La sua ricerca, collocata tra pittura analitica e sperimentazione internazionale, riflette sul ritmo stesso della tessitura sarda: rigore, concentrazione, misura. La serie delle tre Sonatine in grigio amplia questo discorso con un tono più intimo e musicale, dove il colore si dispone in campiture di suono e silenzio, quasi una partitura di fili e respiro.

Le Sorelle Senes di Nule incarnano l’anima duplice del lavoro condiviso. Di loro resta un emblematico tappeto, recentemente donato all’ISRE dagli eredi, nato da un dialogo e da un conflitto: due sorelle che tessevano “in disaccordo ma in armonia”, ciascuna imponendo la propria volontà progettuale. L’arazzo che ne scaturisce, asimmetrico e vibrante, è la metafora di un’unità imperfetta ma viva — il simbolo di un fare collettivo in cui la diversità genera equilibrio. Le tessitrici di Nule, documentate dagli operatori dell’ISRE, ne proseguono idealmente l’eredità, custodendo con naturalezza una sapienza che continua a essere viva, utile, necessaria.

La tessitura come testimonianza civile

Molti artisti presenti in mostra usano il filo come strumento politico, come mezzo per resistere, ricordare o costruire ponti tra culture. Zehra Doğan, artista e giornalista curda, lavora su tappeti sardi come segno di vicinanza tra popoli, in occasione di una sua residenza in Sardegna per il progetto “Laboratorio Mediterraneo” finanziato dalla Regione Autonoma della Sardegna per la Fondazione MACC. Nei suoi intrecci si riconoscono l’esperienza dell’esilio, la forza del gesto femminile e la capacità del tessuto di superare le barriere linguistiche e geografiche. Il suo lavoro nasce dal carcere e diventa atto di libertà condivisa. Giovanni Gaggia, con Com’è il cielo in Palestina (2023-2025), ricama e disegna per costruire un atto di “attivismo gentile”: un’arte che non urla ma ricuce, che trasforma la contemplazione in partecipazione. La tessitura è per lui gesto di guarigione collettiva, ponte tra biografia e storia. Sasha Roshen, artista ucraino, porta in mostra un video girato in tempo di guerra: la madre e i vicini di casa tessono insieme una grande rete mimetica destinata all’esercito ucraino. Il film mostra la vita sospesa di chi resta, l’attesa e la solidarietà quotidiana come forme di resistenza. A questo lavoro l’artista affianca una serie di dipinti recenti, in cui la pittura riprende i ritmi e le texture della rete, trasformandola in metafora della visione e del silenzio. Francesca Marconi, con Illa Kumún / The Common Island (2024), realizza a Mindelo, Capo Verde, un tappeto a mano con il maestro tessitore Marcelino Andrade. L’opera rilegge un’incisione ottocentesca tratta da A Voyage to Senegal di Jean Baptiste, mettendo in discussione l’eredità visiva del colonialismo e proponendo la tessitura come atto di decolonizzazione. Il filo diventa così medium critico, strumento di scambio e di giustizia culturale.

La tessitura come memoria e identità

 Nelle opere di Caterina Frongia, la memoria personale e collettiva si intrecciano nella materia. Il movimento diventa tema e struttura delle opere, racconti di identità in trasformazione in questo spostamento costante che accomuna popoli e culture nella Storia. Tigri incarna e sintetizza questi temi. In Liberaci dal mare, Amen (2025), l’artista utilizza lana, cotone, corde da campeggio, elastici e fischietti di salvataggio. Il titolo nasce da una preghiera infantile, pronunciata davanti al mare della Sardegna. L’opera oscilla tra la spensieratezza del ricordo e il dramma delle migrazioni contemporanee, tra la leggerezza del gioco e la paura del naufragio. Frongia collabora con NARÈNTE (Lucio Aru + Franco Erre), che uniscono fotografia, moda e installazione per indagare il corpo e l’abito come luoghi di identità collettiva e metamorfosi. Marianna Pischedda lavora sul bisso marino di Sant’Antioco, fibra rara e preziosa, ricavata dal filamento della Pinna Nobilis. È una pratica eroica, oggi quasi scomparsa, tramandata da pochissime tessitrici. Nei suoi lavori, la luce del mare si fa filo e respiro: la tessitura diventa atto sacro, testimonianza di un sapere fragile ma resistente, che unisce materia naturale, gesto e contemplazione.

La tessitura come ecologia e responsabilità

Per Andreco, artista e ingegnere ambientale, il tessere è metafora di equilibrio tra umano e ambiente. Il suo progetto nasce da un’esperienza in un villaggio africano dove si è occupato di potabilità dell’acqua. Da quella collaborazione sono nati tappeti donati dalla comunità come segno di riconoscenza e un video che registra una performance realizzata in Marocco vicino all’Oasi di Smira (2013). La tessitura diventa qui linguaggio dell’interdipendenza: non solo rappresentazione, ma costruzione concreta di un ecosistema estetico ed etico, in cui l’arte restituisce valore al gesto di cura.

Oltre, la tessitura apre a pratiche in cui il filo diventa idea, forma mentale, concetto. Anna Gardu, maestra dolciaria di Oliena, realizza ricami di zucchero ispirati ai motivi del filet di Bosa. Le sue opere, fragili e precise, uniscono gesto rituale e conoscenza tecnica: un’arte che si dissolve, ma resta nella memoria sensoriale. Tonino Secci, figura colta del secondo Novecento sardo, esplora la carta come materia di luce e spazio. Le sue superfici, attraversate da tagli, pieghe e sovrapposizioni, sembrano tessiture invisibili in cui la percezione si fa ritmo e materia di indagine delle correnti italiane e degli artisti più celebrati nel mondo come lo Spazialismo di Fontana e l’Informale di Burri per altro a lui vicini nella Milano degli anni ’60 e ‘70. Andrea Contin propone invece una riflessione concettuale sul viaggio come trama sociale: nei suoi lavori, i colori primari – ciano, magenta, giallo – rappresentano le traiettorie dei pendolari, i fili invisibili che collegano territori e comunità, siamo nella piena astrazione del tema.

La resistenza comunitaria e dei saperi Annalisa Cocco e Anna Deriu – designer e tessitrice – dialogano con i disegni di Eugenio Tavolara, rievocando lo spirito del progetto I.S.O.L.A. Ente istituito dalla Regione Autonoma della Sardegna nel 1957, che nel secondo dopoguerra valorizzò la manifattura sarda come strumento di emancipazione e radicamento territoriale. Nel loro lavoro si riconosce la volontà di ripensare il design come atto di comunità e continuità culturale. Raffaella Marongiu, maestra di Su Filindeu, intreccia fili di pasta sottilissimi per creare un alimento rituale destinato ai pellegrinaggi: un atto di fede e di dedizione, dove il nutrimento si fa linguaggio e il cibo diventa tessitura del sacro.

Tessere per resistere è un progetto espositivo che attraversa tempi e generazioni, in cui artisti e artigiani condividono lo stesso gesto di costruzione e di cura. L’incontro fra la tradizione tessile sarda e le ricerche contemporanee dimostra che il sapere manuale non è eredità statica, ma materia viva, capace di rinnovarsi. Ogni opera presente in mostra è un filo che lega l’individuale al collettivo, l’intimo al politico. La tessitura appare come una filosofia della connessione: un modo di ricomporre ciò che la modernità frammenta. In un’epoca di velocità e smaterializzazione, il telaio restituisce la misura del tempo, la concretezza del lavoro, la dignità del gesto. Come scriveva Maria Lai, “l’arte è un modo di legarsi agli altri.” E come ricordava Italo Calvino, “ritessere i fili spezzati è il compito dell’arte.” Tessere per resistere non è dunque un titolo metaforico, ma un invito: a riconoscere, nel filo che unisce mani, storie e saperi, la forma più antica e più attuale della resistenza.

Ufficio Comunicazione e Promozione ISRE

Tel. 0784232094

Nata nel 1934 a Celle, in Germania, Irma Blank cresce in un contesto segnato dalla ricostruzione postbellica. Nel 1955 si trasferisce in Italia, vivendo prima in Sicilia e poi a Milano, città che diventerà il centro della sua vita e della sua attività artistica. Proprio il confronto quotidiano con una lingua non sua diventa una soglia decisiva nella sua ricerca: essendo tedesca in Italia, l’artista inizia a interrogarsi sul funzionamento della parola e sul rapporto tra linguaggio, identità e comprensione.

Da questa esperienza nasce il desiderio di lavorare non sul significato, ma sulla struttura della scrittura stessa. Il suo lavoro esplora infatti la scrittura come gesto universale, oltre il linguaggio. “Volevo arrivare a una scrittura che non dicesse nulla, per dire tutto”, afferma Blank.

Le sue opere sono costituite da segni minimi, tratti ripetuti, superfici che evocano la pagina scritta senza contenere parole. Indaga la tensione tra presenza e assenza, voce e silenzio, creando alfabeti immaginari, manoscritti astratti, pagine mute che parlano attraverso il ritmo e la densità del segno.

Negli anni Settanta collaborò frequentemente con Mirella Bentivoglio, figura chiave della poesia visiva e verbo-visuale, e realizzò alcune delle sue opere più note, appartenenti al ciclo Trascrizioni, a cui lavorò tra il 1973 e il 1979. In queste opere testi reali vengono trasformati in fasce, linee e trame fitte, che rendono il contenuto illeggibile ma ne restituiscono il respiro e la struttura. Accanto a Trascrizioni, tra le sue serie principali troviamo: Eigenschriften, esercizi meditativi in cui la scrittura diventa atto puro; Radical Writings, segni più corporei e ritmici, spesso realizzati con colori fluorescenti; e Bleu Silence superfici monocrome in blu, colore eletto per la sua intensità meditativa e neutralità.

La pratica di Blank è fondata su ripetizione, disciplina e un approccio quasi ascetico al gesto. L’artista stessa affermava: “Libero la scrittura dal senso e metto in evidenza la struttura, l’ossatura, il segno nudo, il segno come tale che non rimanda ad altro che a sé stesso”.

Il suo lavoro abbandona narrazione e rappresentazione per concentrarsi sull’essenza del segno, trasformando il gesto della scrittura in un’esperienza estetica universale.

Irma Blank ha continuato a lavorare con profondità e rigore fino agli ultimi anni.

È scomparsa a Milano nel 2023. La sua ricerca rimane oggi un riferimento fondamentale per artisti e studiosi interessati al linguaggio, alla filosofia del segno e alla materialità della scrittura — una testimonianza straordinaria di come la scrittura possa diventare immagine, respiro, presenza.

 

Giuseppe Chiari è stato una delle figure più importanti dell’avanguardia italiana del secondo Novecento. Nato a Firenze nel 1926, si laurea in ingegneria ma, parallelamente, intraprende studi musicali privati, con particolare attenzione al pianoforte e alla composizione. Formatosi come pianista e compositore, si avvicina presto alla sperimentazione musicale e artistica.

A partire dagli anni Sessanta, diventa protagonista della scena internazionale come esponente del movimento Fluxus, elaborando un linguaggio radicale che fonde musica, gesto, scrittura e immagine. Attraverso performance, partiture grafiche, video e testi teorici, Chiari ridefinisce il concetto di musica come azione e pensiero, superando i confini tra le arti.

Sostenitore dell'interazione tra suono, linguaggio, gesto e immagine, ha elaborato azioni artistiche in linea con le esperienze neodadaiste e concettuali, in cui brevi brani si susseguono senza un ordine prestabilito, dando forma a complesse pièces musicali fondate sull’indeterminazione e sulla libertà espressiva.

Chiari ha infatti composto quella che definiva "musica d’azione", basata su un metodo esecutivo che accoglieva elementi sonori casuali o aleatori – come acqua, foglie secche, sassi – accanto agli strumenti tradizionali. Questi elementi, sfruttati in performance come Gesti su un piano (1962), La strada (1965) e Suonare la città (1965), offrono lo spunto per una riflessione profonda sul caso e sull’improvvisazione come fondamenti del fare artistico.

Parallelamente, la sua ricerca visiva si concentra sulle partiture grafiche e sul segno come forma autonoma. Scritture, annotazioni, cancellature e timbrature costruiscono un alfabeto essenziale, dove il linguaggio musicale incontra quello dell’immagine. “Scrivere è costruire”, afferma Chiari: ogni tracciato diventa un’istruzione mentale, una possibilità performativa.

Le sue prime partiture grafiche trasformano i segni musicali e i gesti in immagini autonome, aprendo a una ricerca visiva che si estende ai collage, alle pitture gestuali, a lavori su spartiti, fotografie, pentagrammi, spesso arricchiti da scritte e timbrature. Questa produzione trova piena espressione e maturità negli anni Ottanta, in opere in cui segno, testo e immagine si fondono in una sintesi originale.

La sua opera è stata esposta in importanti eventi internazionali, tra cui Documenta 5 (Kassel, 1972) e numerose edizioni della Biennale di Venezia, ed è oggi conservata in musei e collezioni pubbliche e private in tutto il mondo.

Fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2007, Giuseppe Chiari ha continuato a sperimentare nuovi linguaggi, lasciando un’eredità fondamentale per l’arte contemporanea. La sua opera rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per chi esplora il rapporto tra suono, segno e pensiero, tra arte e vita.

10.10.2025 / 12.10.2025

19.03.2025 / 23.03.2025

Martedì, 11 Novembre 2025 19:32

stagisti

Fabrizio Casetti

Francesca Alovisaro (Rovigo)
Ginevra Atti (Ferrara)
Eva Beccati (Ferrara)
Dorina Bardhi (Atri)

Maria Sole Bergamini (Ferrara)
Benedetta Bodo (Torino)
Angelica Bollettinari (Londra)
Max Bratti (Ferrara)
Silvia Cazzola (Ferrara)
Francesco Ceccato (Amburgo)
Gabriele Cirami (Firenze)
Paola Coppola (Berlino)
Federica Corona (Palermo)
Ketrin Costa (Amburgo)
Sara Codarin (Bordeaux)
Marica Denora (Bari)
Irene Del Principe (Londra)

Roberta Finessi (Ferrara)
Raffaella Georgescu (Roma)
Defne Kut (Istanbul)
Sophia Levine (Middlebury, USA)
Gianmarco Lodi (Latina)
Rachele Logli (Pisa)

Sabrina Losenno (Ferrara)
Fabrizia Lotta (Napoli)

Francesca Lugas (Ferrara)
Giuseppe Macaluso (Palermo)
Matteo Meleddu (Oristano)
Silvia Mantovani (Savignano)

Ricardo Monreal la Fuente (Saragozza)
Patrizia Morale (Bologna)
Laura Musso (Padova)
Francesca Occhi (Ferrara)
Elisabetta Palisi (Ferrara)
Ilaria Palumbo (Napoli)
Enrico Porfido (Oslo)
Silvia Rebecchi (Torino)
Sara Ricci (Ferrara)
Mannì Romeo (Ferrara)

Sara Ronconi (Verona)
Monica Sandulli (Avellino)
Valentina Schiano Lo Moriello (San Gimignano)

Hyun Seung Kwak (Seoul, South Korea)
Alessandra Tamascelli (Ferrara)
Alessandro Tassi (Pesaro)
Valentina Torrisi (Ferrara)
Angelica Tosi (Ferrara)
Isabella Tunioli (San Francisco, USA)

Martina Vacca (Roma)
Penelope Volinia (Ferrara)

Valentina Volpi (Ferrara)
Paola Zangirolami (Ferrara)
Elena Zattoni (Ferrara)
internship e consultants

Nicoletta Grillo (1991)

Nicoletta Grillo (1991) è un’artista e ricercatrice con base a Bruxelles e Milano. La sua pratica riflette su un particolare concetto di risonanza: al centro del suo lavoro vi sono specifiche conversazioni che avvengono tra immagini, parole (sotto forma di voci o testi), luoghi o persone. Attraverso assemblaggi verbo-visuali, il suo lavoro si concentra sulle connessioni tra memoria collettiva e individuale per esplorare le risonanze tra passato e presente, spazi pubblici e intimi, territori e individui.

Ha esposto in spazi come Video Sound Art / Milano, Careof / Milano, Focus / Lugano, Fondazione Stelline / Milano, Palazzo Martinengo / Brescia. È tra le vincitrici del bando L’Italia è un desiderio (MiC e Mufoco, 2023) e del Premio Nocivelli (2022), e tra le finaliste del Premio Fabbri (2022). La casa editrice Boîte Editions ha pubblicato il suo libro fotografico Noi (2022).
Dopo aver studiato architettura, fotografia e musica a Milano, ha conseguito un dottorato al Politecnico di Milano e alla KU Leuven. È attualmente docente presso l’Università di Hasselt.

 

(Giulia Brandinelli)

dal 10  al 12 ottobre 2025

Un progetto curatoriale accuratamente studiato per un’edizione di ArtVerona che ha scelto come tema portante proprio “Conversazione e scrittura”, un filo conduttore che vuole riportare al centro la parola, il racconto e l'ascolto reciproco in un mondo in cui le forme di comunicazione si moltiplicano.

E’ questa la proposta della MLB Gallery di Ferrara-Porto Cervo, che quest’anno presenta uno stand d’eccezione con Bertozzi & Casoni, Irma Blank, Marcello Carrà, Giuseppe Chiari, Nicoletta Grillo e Maria Lai, per le sezione curata da Laura Lamonea “Effetto Sauna”, che accosta i grandi protagonisti del sistema dell’arte con giovani esordienti non ancora rappresentati dalla galleria. E’ questo il caso di Nicoletta Grillo, che espone un poetico dittico fotografico sul tema della partenza e del viaggio, dove sono trascritte alcune parole annotate con pennarello su vetro, tratte da conversazioni con il padre dell’artista. Il dittico fa parte della ricerca per la realizzazione di un’opera video presentata nella mostra The Then About As Until di Palazzo Forti a Verona, curata da Laura Lamonea e realizzata in concomitanza con la fiera.

Maria Lai è presente con uno spettacolare libro cucito, dove l’alfabeto scompare per dare possibilità alla fantasia di tracciare rotte inesplorate, ma anche con un unicum assoluto, un libro in ceramica con applicata una pagina in tela. Un’altra formella in ceramica riporta la stessa scrittura dell’artista sarda, che trascrive una poesia di Bertold Brecht.

Bertozzi & Casoni omaggiano Maria Lai in un gioco di connessioni molto intimo, realizzando una serie di opere in ceramica con riferimenti sottili alla poetica dell’artista, tra memorie personali e memento mori.

Domina una grande parete dello stand l’opera con scritta “Non siamo più artisti, non siamo niente” di Giuseppe Chiari, artista concettuale membro di Fluxus che, rompendo con intelligenza ed ironia ogni schema, attraverso l’arte ha testimoniato il proprio profondo impegno civile. L’opera dialoga con un raffinato lavoro di Irma Blank, dove la scrittura si fa puro segno, afflato metafisico dalla forte tensione introspettiva: le linee pure e distillate dell’artista tedesca fanno respirare la scrittura, trasformandola nella “casa dell’essere”, come sottolineava lei stessa.

Infine Marcello Carrà presenta un’opera davvero stupefacente, di grande perizia e maestria. Partendo dal romanzo di Truman Capote A sangue freddo (In cold blood), Carrà, avvalendosi del concetto di antitesi, rappresenta una felice famiglia americana a tavola: ma, avvicinandosi all’opera, si comprende con stupore che  le figure sono composte dalle parole stesse del romanzo, e che l’artista le ha disegnate modificando lo spessore dei pennini a seconda dell’intensità chiaroscurale delle campiture. Un lavoro di infinita pazienza, ottenuto interamente con sistemi tradizionali (quadrettatura a matita e disegno a mano), senza l’ausilio di alcun sistema informatico o di proiezione.

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