Una serie continua di coincidenze ci sta indicando che questa è la strada giusta da seguire...iniziate a dicembre dell'anno scorso a Miami grazie all'incontro con Claude Corongiu della Galleria MACCA, continuate con Elena Calaresu di Alghero, con le forti affinità con la mitica Giovanna di Su Gologone. Ma il legame che mi lega alla Sardegna nasce nel 1972 quando la Gallura mi cura evitandomi l'asporto di un polmone. Aria e sole mi curarono in un lontano novembre del 1974. Qua mi sentivo me stessa e riuscivo a superare la mia atavica timidezza. Ora è venuto il momento di restituire a questa terra l'energia che mi ha dato e che continua a darmi, insieme alle persone con cui giocavo ai Puffi e a quelle con le quali vado alla scoperta delle calette più nascoste su un gommone scassato dal simbolico nome "Therapy", dove è stato ospitato anche un magico concerto dei Gipsy King solo per due.

 


retro

Marcello Carrà

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Stefano W. Pasquini e Mustafa Sabbagh

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Anna Di Prospero

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Sonia Lenzi e Giovanni Scotti

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  • Presentazione

    Due artisti che utilizzano la fotografia per una analisi della Napoli di oggi. Sonia Lenzi ricontestualizza i Lari, divinità romane che custodivano la famiglia, all’interno delle edicole votive dei quartieri storici della città, mettendoli in relazione con sacralità contemporanee. L'ex base NATO di Bagnoli, immortalata nel suo abbandono, diventa per Giovanni Scotti simbolo di una anelata rigenerazione urbana. Due realtà dense di emozione che da Napoli arrivano a Ferrara per il Festival di Internazionale, una delle iniziative più significative del panorama culturale italiano che ha luogo dal 29 settembre al 1 ottobre, con l'intento di ricreare dal vivo un intero numero di Internazionale: giornalisti, scrittori e protagonisti del mondo cultura mondiale dialogano su tematiche di grande attualità e di rilevanza sociale, economica e politica, suscitando l'interesse e il coinvolgimento di un pubblico sempre più numeroso.

    Così Sonia Lenzi racconta il suo lavoro Lares Familiares: “Le relazioni familiari sono le prime con le quali ci si confronta e la dimensione domestica rappresenta il nostro punto di partenza verso quella avventura che si chiama vita. Il significato della nostra esistenza quindi è insito in quelle relazioni e in quei luoghi. Nel mondo romano i Lari erano divinità che assicuravano protezione e fortuna alla famiglia di appartenenza e che occupavano un posto d’onore nel cuore della casa all’interno di un’edicola particolare, il lararium. Il culto a loro tributato e i lararia hanno una forte relazione con la difficile realtà della Napoli odierna e con le edicole votive presenti nei vecchi quartieri della città. Si tratta di altari devozionali, nicchie costruite per i famigliari, sorta di piccoli tempietti con la fotografia del parente defunto e immagini sacre, fiori, oggetti legati a una religiosità spontanea. Ci sono persone vittime di incidenti stradali, altre uccise da pallottole vaganti o dalla camorra, come Annalisa Durante, usata come scudo umano durante un attentato. La distanza cronologica e concettuale tra i due fenomeni viene da me annullata: i Lari delle collezioni del Museo Archeologico divengono piccoli oggetti fotografici tridimensionali da me ricreati, che alcune famiglie dei Quartieri Spagnoli, del Rione Sanità, di Forcella e del Mercato inseriscono negli altari devozionali da loro curati”.

    Alle famiglie o comunità che hanno accettato, il Lare di Sonia Lenzi è stato affidato permanentemente in custodia, per portare la bona fortuna, direttamente dall’antica Roma, presso l’edicola o le loro abitazioni, durante una azione performativa di consegna, a cui hanno partecipato i Direttori del Museo Archeologico di Napoli Paolo Giulerini e il Direttore del MADRE Andrea Viliani, che ha avuto luogo a Napoli il 6 luglio 2017, documentata attraverso un video inedito per la prima volta presentato al pubblico, insieme alle fotografie di alcuni altari devozionali, gli oggetti fotografici e i larari realizzati dall'artista. Il progetto ha avuto il Matronato della Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee, oltre al patrocinio del Ministero dei Beni Culturali e del Comune di Napoli.

    Giovanni Scotti racconta invece la realtà di un grande complesso abbandonato, l'ex Nato di Bagnoli, vicino a Napoli. Un luogo mitizzato dall’artista fin dall’infanzia. Racconta Scotti: “Da bambino sentivo parlare della NATO come di un posto incredibile e inaccessibile, ma non sapevo cos'era esattamente e cosa si faceva là dentro. Quello che sapevo è che potevi comprare il burro d'arachidi, i marshmallow, le Marlboro, le TV, i videoregistratori, le telecamere e gli stereo della JVC a buon mercato. Tutta roba americana. Inaccessibile se non avevi agganci all’interno. Fino a quando una sera, durante il concerto di Edoardo Bennato, il primo e anche ultimo evento organizzato lì dopo l'addio degli americani, mi sono intrufolato nelle stanze ai piani superiori e finalmente ho visto. Ho visto la luce di un'era che andava spegnendosi e un’altra che dal passato illuminava i miei ricordi, quando mi immaginavo quel luogo carico di mistero e magia. Le luci dei lampioni penetravano dalle finestre come falene gialle giganti che mi si posarono sul cuore, mentre tutt’intorno l’aria aveva ancora l’odore dei computer e dei documenti appena trasferiti, della carta intestata con la stella dei quattro venti del JFC-Naples, ma anche delle caramelle con i conservanti”. Come la scatola di Cinnamon Hearts (cuoricini rossi alla cannella) a forma di cuore, ancora sigillata, che dormiva dimenticata in un armadietto socchiuso, accanto a un CD con la scritta a timbro “NATO SECRET”.

    Un complesso dalla storia scottante: di proprietà della Fondazione Banco di Napoli e destinato in origine all'accoglienza dei bambini indigenti, dopo la guerra fu requisito dagli americani e dal 1954 al 2013 è stato la sede del Comando Supremo della NATO, il più importante del Sud Europa. Dopo l’addio delle truppe, il Comune di Napoli aveva posto l’accento su un “utilizzo unitario” del complesso a fini socio-culturali, accusando la Fondazione di perseguire invece una logica immobiliaristica. Ma è stato poi lo stesso Comune a stipulare un protocollo d’intesa in cui rinuncia proprio all’idea di una grande area a disposizione della città, favorendo così la speculazione. Una storia che viene svelata nella sua cruda realtà, ma con una sensibilità e una poesia che eleva gli interni di questo immenso complesso alla possanza di una cattedrale contemporanea.

    Le stesse atmosfere sospese e rarefatte si ritrovano nella serie di fotografie dedicate a Edenlandia, il primo parco tematico realizzato in Europa nel 1965, nella periferia di Napoli, in totale abbandono dal 2013. Il volume che raccoglie gli scatti, La città del disincanto, di recente presentato al MADRE di Napoli da Andrea Viliani e Giovanni Chiaramonte, svela l’intera indagine su questo luogo surreale.

  • Le opere in mostra

    Sonia Lenzi. Lares Familiares

    Giovanni Scotti. Cinnamon Heart (NATO)

  • Invito vernissage

    BANNER Sonia Lenzi   Giovanni Scotti LOW

  • Data 29 settembre 2017 / 22 ottobre 2017

INDAGINE SULL'IMPERFETTO. Il giorno 8 settembre, in occasione della Notte delle Biblioteche e dei Musei, il MAAD di Adria inaugura una nuova esposizione. Alle ore 18,30 sarà presentata al pubblico: Indagine sull’imperfetto, con opere di Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Maurizio Camerani e Mustafa Sabbagh. Immagini fotografiche e installazioni digitali che costituiscono un itinerario, attraverso una selezione qualitativa e non di tendenza, per giungere ad una riflessione sugli sviluppi e le evoluzioni che hanno per oggetto traiettorie inedite che fanno dell’immagine fotografica uno degli ambiti di maggior fermento dell’attualità artistica. I quattro autori hanno contribuito in questi ultimissimi anni alla scoperta di nuove inclinazioni di ordine immaginativo e di nuove sensibilità. Un cambiamento di prospettiva e di punti di vista semantici su ciò che tradizionalmente e convenzionalmente competeva all’immagine fotografica. Uno spostamento di confini e di generi consolidati, che in pochissimo tempo ha annoverato questi quattro autori tra i maggiori artisti contemporanei.

Maurizio Camerani, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Mustafa Sabbagh

a cura di MLB Maria Livia Brunelli Gallery

Quattro artisti a confronto, accomunati da una ricerca sull’imperfezione. Immagini fotografiche e installazioni digitali che costituiscono un itinerario, attraverso una selezione qualitativa e non di tendenza, per giungere ad una riflessione sugli sviluppi e le evoluzioni che hanno per oggetto traiettorie inedite che fanno dell’immagine fotografica uno degli ambiti di maggior fermento dell’attualità artistica.

Un cambiamento di prospettiva e di punti di vista semantici su ciò che tradizionalmente e convenzionalmente competeva all’immagine fotografica. Uno spostamento di confini e di generi consolidati, che in pochissimo tempo ha annoverato questi quattro autori tra i maggiori artisti italiani contemporanei.

Maurizio Camerani

Una installazione composta da cinque immagini fotografiche che scandiscono diversi momenti   dell’allestimento di una mostra dell’artista in una galleria di Bologna negli anni Ottanta.
La qualità delle immagini realizzate a suo tempo su cassetta VHS in analogico ha subito in quasi tre decenni di oblio un progressivo deterioramento per effetto della smagnetizzazione del nastro. Una perdita di nitidezza cui fa da contraltare una qualità straordinaria che solo il trascorrere del tempo determina: le immagini hanno “interiorizzato il tempo” restituendocene intatto il fascino.

Silvia Camporesi

Imperfezione come "paesaggio rovesciato”, che capovolge la percezione abituale del reale creando straniamento: il vulcano più piccolo del mondo, un castello di sabbia diventato opera museale, gli orologi – per definizione simbolo di perfezione e precisione - che al Museo Guatelli creano una installazione cacofonica, imperfetta nella sua affascinante immutabilità.

Anna di Prospero

Queste quattro fotografie appartengono alla serie “Beyond the visible”, un lavoro incentrato sull’analisi dell’inconscio; rappresentano il fascino di una bellezza che non è mai perfetta e insieme creano una storia nella quale lo spettatore può vivere una riflessione personale e introspettiva sul tema dell'imperfezione, immerso in una suggestione fiabesca dove ogni cosa è accennata ed evocata. Un sogno rosa che riporta a memorie d’infanzia, a giochi in giardino di cui si è sfumata la memoria, ma proprio in questa indefinitezza risiede la magia della nostalgia.

Mustafa Sabbagh

“Nel corpo umano non esiste uno spazio come la cavità, correttamente chiamata. Ogni spazio è occupato dal suo contenuto. Lo spazio toracico è completamente riempito dalla sua viscera, che, in massa, prende la forma perfetta del suo interno. Le viscere toraciche si trovano così strettamente legate l'una all'altra, che rispettivamente influenzano la forma e le dimensioni dell'altro”. Questa riflessione di Joseph Maclise, tratta da “Anatomia chirurgica”, introduce nell’universo di Mustafa Sabbagh, dove gli abissi neri dell’inconscio e del corpo umano invitano a una indagine della propria essenza e autenticità, al di là di ogni perfetta apparenza.

CUSTODI DEL TEMPO
 a cura di Maria Livia Brunelli

11 maggio - 30 settembre 2017
inaugurazione sabato 10 maggio dalle 16 alle 19
Villa "Al Console", via per Carignano 186 Carignano (Lucca)


A esporre una delle maggiori artiste-fotografe italiane, Silvia Camporesi, insieme a Ketty Tagliatti, artista e scultrice: le due artiste hanno realizzato opere site specific per gli interni della cinquecentesca abitazione di Leopoldina Pallotta della Torre, discendente di una antica famiglia marchigiana; la villa, accuratamente restaurata da un atto d'amore, ospita mostre di arte contemporanea da diversi anni.
Dopo due edizioni curate da Ludovico Pratesi, che hanno visto attivi artisti del calibro di Flavio Favelli e Giovanni Ozzola, ora è la volta di queste due artiste, accomunate dalla volontà di essere "custodi del tempo".

Silvia Camporesi espone una raffinata selezione di fotografie della serie "Atlas Italiae" dedicate al carcere di Pianosa, in cui è stata la prima fotografa ammessa a entrare; mentre Ketty Tagliatti, nota nel mondo dell’arte per le sue tele in cui ha cucito con infinita pazienza centinaia di spine di rose, presenta una meditata scelta di lavori.

Oggetti prediletti del lavoro di Ketty Tagliatti sono state le poltrone e le rose, in realtà entrambi pretesti per indagare il tempo del fare arte, che nel suo caso è un tempo lento, che implica la calma ritualità di gesti catartici, sempre uguali. Una manualità intesa come rito: ha utilizzato in questo senso il ricamo per attaccare spine di rose reali sulla tela. Partita da una riflessione sull’arte informale, che è alla base di tutti i suoi lavori, a Carignano espone un arazzo davvero incredibile, che ha richiesto mesi e mesi di lavoro. Non si tratta questa volta di una rosa, ma di una camelia, simbolo decorativo cinese che l’artista ha tratto da una vecchia tappezzeria parigina dell’inizio del secolo. Stupefacente è la tecnica utilizzata per un'opera così grande: ogni petalo è realizzato con centinaia e centinaia di spilli, che, sapientemente affiancati e direzionati, creano le morbide volute tipiche di questo fiore. La fitta trama di spilli lucenti si presenta come un raffinato ricamo d’argento, che evoca una bellezza sfavillante tanto quanto inquietante.

Scrive l’artista a proposito di un’opera altrettanto evocativa, una colonna di suppellettili di famiglia ricoperte di tessuto, quasi a volerne proteggere la fragilità in quanto muti testimoni di ore di lieta convivialità: “Gli oggetti abbandonati, testimoni di un’epoca ormai passata, mi hanno sempre affascinato. Forse perchè ricchi di memorie di un’esistenza scandita da riti quotidiani più rassicuranti, nella loro lentezza. Questi, ora non più in uso, scartati dalle mani di chi si è preso cura della loro identità di strumenti utili, sono stati rimpiazzati con oggetti portatori di riti più veloci ed essenziali, che alla fine hanno modificato anche il nostro spazio vitale svuotandolo di un suo valore sacrale fatto di antiche tradizioni. Li ho riconosciuti, scelti, isolati con un involucro di stoffa morbida cucita addosso che li rende neutri pur rispettando la memoria della loro originaria e singolare identità. Li ho collocati in un individuale spazio-loculo che ridà loro una nuova sacralità. Spogliandoli della funzione utilitaristica, li ho rivestiti della loro essenza, esponendo così il loro “Nervo Divino”, come direbbe J. Ortega Y Gasset”.

Silvia Camporesi lavora in altro modo come “custode del tempo”. L’artista ha esplorato nell’arco di un anno e mezzo tutte le regioni italiane alla ricerca di paesi ed edifici abbandonati. “Atlas Italiae” è il risultato di questa raccolta di immagini, una mappa ideale dell’Italia che sta svanendo, un atlante della dissolvenza. Si scoprono così luoghi nascosti e spesso mai svelati, magici nelle loro smagliature scrostate, pervasi da energie impalpabili. La serie fotografica si presenta come una collezione poetica di luoghi (borghi disabitati, architetture fatiscenti, archeologie industriali) fondata sulla ricerca di frammenti di memoria. Questa mappatura non ha intenti di denuncia, ma riprende idealmente lo spirito del Grand Tour, della ricerca di vestigia passate, ancora portatrici di tracce di vite vissute, con cui confrontarsi per riflettere sul presente al fine di immaginare il futuro. Una volta gli artisti andavano alla scoperta delle rovine romane, oggi Silvia Camporesi ricerca le rovine contemporanee. Per rivivere quello spirito e per ridare vita ai luoghi, alcune immagini sono state stampate in bianco e nero e colorate a mano dall’artista. Tra questi luoghi Silvia Camporesi ha scelto di fotografare l’isola di Pianosa, che, come scrive Marinella Paderni, è “un lembo di terra unico nel suo genere e dalla vita non facile, che pare più miraggio che una realtà concreta. Un luogo dalla natura selvaggia, protetta e salvaguardata dall’incuria umana, trasformato (forse proprio per questo) in una fortezza che confina i vissuti dei pochi uomini che la abitano tra un carcere di massima sicurezza, il mare e un parco nazionale. Prima artista a poter lavorare su Pianosa, nell’omaggio poetico che Silvia Camporesi dedica a Pianosa un altro elemento si affaccia al suo sguardo, ponendo l’artista di fronte alla sfida di catturare in una visione il mistero dell’acqua”.

Silvia Camporesi

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LA CASALINGA MANNARA
il lato oscuro del femminile
a cura di Maria Livia Brunelli

31 marzo-9 aprile 2017
inaugurazione venerdì 31 marzo dalle 18 alle 22
Il Lazzaretto, Via Lazzaretto 15, Milano

Una piacevole sorpresa per chi ha apprezzato i nostri artisti all’ultima fiera di Milano: in occasione del MIART e del “Salone del Mobile”, inaugureremo una splendida mostra sul tema della femminilità dal titolo “La casalinga mannara”, prendendo spunto da un’opera di una recentissima new entry in galleria, Barbara Capponi. Oltre a lei esporranno Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Alfred Drago Rens e Stefano Scheda.

LA MLB Maria Livia Brunelli, ospite della associazione culturale Il Lazzaretto, in questa trasferta milanese presenta le opere di cinque artisti legati da una ricerca sul tema del femminile. Quest’anno il tema della attivissima associazione milanese è il femminile inteso “come dimensione generativa e creativa, che riguarda sia gli uomini che le donne”, nella convinzione che “nella nostra cultura il femminile è sempre stato associato a idee di passività e irrazionalità e, quindi, bollato come negativo e perdente: la mostra, a partire da questa riflessione, si interroga sui modi e le possibilità di rivalutare il femminile come il modello più adeguato per affrontare gli scenari dei nostri tempi. Tempi che, essendo in continuo mutamento, richiedono flessibilità, ascolto, capacità di adattarsi, creatività, e ci obbligano a stare profondamente a contatto con la nostra parte emotiva”.

A partire da queste riflessioni, Silvia Camporesi indaga figure di donne “allo stato nascente”, donne “non pronte per essere viste”, tra lo stato del sonno e quello dell’abbandono, perché, come dice Rilke, “Nasciamo per così dire provvisoriamente da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, e ogni giorno più definitivamente”.

Anna Di Prospero, celebre per il fortunato scatto che la ritrae con la madre, esposto in mostra alla Triennale di Milano, presenta in questo occasione parte della serie Self-portrait with my family, nata dal desiderio dell’artista di sviluppare una ricerca sui suoi legami più intimi. In ogni immagine ha analizzato il rapporto familiare lasciando che si trasformasse in fonte ispiratrice. La parte più importante di questo lavoro è stata per lei il coinvolgimento ottenuto durante gli scatti, grazie al quale ha scoperto aspetti sconosciuti dei suoi familiari.

Barbara Capponi presenta invece una serie di “Retablos”: sono piccoli presepi che prendono il nome da quelli latinoamericani e raccontano storie a metà tra il fumetto, il romanzo, e gli episodi di Lost. Protagoniste di questi piccoli haiku in scatola, tra il divertente e il malinconico, sono tutte donne, la cui eterogenea tipologia rappresenta la varietà del genere femminile: si va dalla simpaticissima “casalinga mannara”, alla donna che ha paura del primo appuntamento, a quella che per crescere ha bisogno di “acqua, aria, terra, sole e un po’ di chiar di luna”, nella convinzione che la vicinanza con le forze della natura riconnetta le donne con il loro potere.

Per Stefano Scheda il corpo è di per sé un ritratto: conserva la sua unicità, senza acquisire lo stesso valore iconico del volto che continua comunque a dominare come segno di unicità nel codice sociale. L’artista ha voluto produrre una sorta di opera aperta, una scultura fotografica: differenti fogli di carta comune vengono sovrapposti, arrotolati/srotolati, aleatoriamente, come scampoli di pelle a diverse altezze. L’opera presentata è solo una delle combinazioni possibili perché un diverso posizionamento dei rotoli può dar vita a possibilità di nuove icone. Il lavoro è lasciato volutamente precario, quasi scorrevole, anche a sottolineare la labilità del tempo in cui viene eseguito ogni impossibile ritratto: "quel che ci ritrae, si ritrae" per effetto del tempo. Un attimo dopo, siamo diversi. In questo lavoro la donna crea una ibridazione integrandosi con la parte maschile, diventando più combattiva attraverso questo rapporto dialettico.

Alfred Drago Rens da lungo tempo si confronta col tema del suo femminile, della paura e della verità. In un primo progetto, detto “delle cento mani” o “Apollo e Dafne”, ritraeva fotograficamente con la mano destra (il maschile aggressore) la propria mano sinistra (il femminile in fuga), mentre si trasformava in fiore o pianta. Un tentativo di proteggere una parte di sé che sentiva in pericolo e non ancora pronta ad affrontare la propria severità borghese e maschilista: una pausa meditativa e vegetativa. Oggi, lavorando su vecchi ritratti scovati nei mercatini, dove non si utilizzava photoshop per raccontare bugie, ridà vita a quel corpo nascosto, liberato dal legno e dalla memoria, restituendogli volume, energia e ironia. Lavorando in maniera scultorea con la carta, fa emergere la tridimensionalità e il colore di certi particolari, creando curiose narrazioni: nascono così immagini seducenti e ironiche, accattivanti e sinuose, che diventano inni alla femminilità dal sapore un po’ nostalgico, e per questo ancora più intriganti.

Da venerdì 31 marzo al 9 aprile,
presso lo spazio “Il Lazzaretto”
Via Lazzaretto 15, zona Porta Venezia

Da lunedì a venerdì dalle 10 alle 16:30
sabato e domenica dalle 16:30 alle 20 su appuntamento
per info: 3314089660, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
0245370810, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

ART CITY Bologna 2017

Marco Di Giovanni. Orizzonte degli eventi
progetto a cura di Sabrina Samorì
promosso da Istituzione Bologna Musei

Inaugurazione con performance sabato 14 gennaio ore 18

Il Museo della Musica accoglie il progetto espositivo di Marco Di Giovanni Orizzonte degli eventi, a cura di Sabrina Samorì, nel segno di una trasversalità di generi artistici e idiomi musicali che avvicina verso le pratiche artistiche contemporanee il prezioso patrimonio collezionistico del museo dedicato a sei secoli di storia della musica europea.

Orizzonte degli eventi presenta la ricontestualizzazione di alcuni fra i lavori più significativi ed emblematici realizzati da Marco Di Giovanni negli ultimi anni configurandosi non solo come una piccola mostra antologica che riassume gli esiti più recenti della sua ricerca, ma soprattutto come un intervento che sfida la capacità dell'artista di concentrare le dimensioni espressive della sua energia creativa all'interno di un coeso progetto multidisciplinare appositamente concepito per le due sale dedicate agli eventi temporanei del museo bolognese.
L'artista crea un ecosistema dalla complessa struttura compositiva e dalla rigida logica immanente attraverso una fitta rete di interrelazioni tra diversi linguaggi come scultura, disegno, installazione sonora e performance che coinvolgono il pubblico all'interno di un'esperienza immersiva e avvolgente. Il lavoro intende invitare gli spettatori ad andare oltre la soglia del visibile riproducendo metaforicamente un'implosione di spazio e tempo giocata su riferimenti cosmologici e sul sistema fisico dei buchi neri, che escludono dalla vista ogni fenomeno che abbia luogo oltre il limite esterno di questi straordinari oggetti misteriosi, ovvero, nel linguaggio scientifico, l'orizzonte degli eventi.

Il progetto si avvale del contributo artistico del musicista Gianluca Favaron, oltre che del compositore Vincenzo Core e dell'attore Andrea Ettore Di Giovanni che interagiranno in una performance in occasione dell'inaugurazione.

Orizzonte degli eventi rientra nella sezione ART CITY Polis della quinta edizione di ART CITY Bologna (27, 28, 29 gennaio 2017), il programma di iniziative istituzionali promosso da Comune di Bologna in collaborazione con BolognaFiere in occasione di Arte Fiera, che si propone di offrire nuove prospettive di visita al patrimonio storico-artistico della città attraverso opere di artisti contemporanei.

Quando:

Dal 15 Gennaio al 12 Marzo 2017
mar>ven ore 9.30>16.00
sab, dom, festivi ore 10.00>18.30

Art City:
venerdì 27 gennaio ore 9.30>20
sabato 28 gennaio Art White Night ore 10>24
domenica 29 gennaio ore 10>20

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