"Empatie visive" è una antologica dei lavori più intensi e poetici di Anna Di Prospero: la serie dedicata alle architetture contemporanee, le opere ispirate alla storia dell’arte, i suggestivi scatti realizzati a Palazzo Ducale a Mantova, la serie più introspettiva di “Ardor”, le opere dedicate alle crociere e quelle recenti dedicate alla sua nuova famiglia. Accompagnata dalla macchina fotografica, Anna Di Prospero posa ogni giorno i suoi occhi sul quotidiano, restituendocelo in immagini dal valore intimo e, al tempo stesso, assoluto: «Per me lo straordinario sta nella rielaborazione che faccio attraverso le mie fotografie costruite, dove il mio personale diventa qualcosa di più universale, ma con un mio punto di vista», racconta.
Le fotografie la ritraggono così nella sua casa, nel giardino, insieme alle persone con cui condivide la vita, i genitori, il compagno, i figli. Il suo sguardo si sposta verso la sua città, Latina, o verso quelle che frequenta per lavoro, come Parigi o New York. I ritratti sono l’esatto contrario dei selfie del nostro tempo, perché in ogni immagine Anna Di Prospero ci appare di spalle, assumendo così una nuova forma ogni volta, per raccontare quella complessità che ci accomuna e permettendo il coinvolgimento e l’immedesimazione di chi osserva: «Le straordinarie fotografie di Anna di Prospero ci ricordano che ognuno di noi ospita molti sé. È nella natura degli esseri umani», spiega Francine Prose nel testo che apre la monografia appena uscita sull’artista, “Nei miei occhi”, edita da Contrasto.
Così, storia dopo storia, di Anna Di Prospero vediamo il corpo muoversi nello spazio, adagiarsi per terra, stringere al petto il figlio o abbracciare un’amica, ma non vediamo mai il suo viso. La sua presenza, delicata e misteriosa, si muove in ambienti quotidiani che diventano subito scenari da favola e, in ogni immagine, vediamo quel che vedono i suoi occhi e la seguiamo, come seguiremmo Alice alla scoperta del Paese delle meraviglie.

Cristina Nuñez è riconosciuta a livello internazionale come la maggior esponente dell’autoritratto fotografico come terapia per indagare il proprio inconscio. Come lei stessa afferma, la sua missione è “convertire il dolore in arte”, in una sorta di alchimia moderna che attribuisce alla nostra vulnerabilità e fragilità un grande potere creativo e curativo.
Nel 1988, nel tentativo di superare i suoi problemi personali, la Nuñez iniziò a scattare autoritratti in privato. Dando forma alle sue emozioni più scomode, queste immagini diventarono una forma di autoterapia attraverso la quale imparò chi lei davvero fosse. In mostra alla MLB saranno esposti alcuni di questi autoritratti della serie Someone to Love (1988-2011): i momenti di profonda crisi, la sofferenza più intensa vengono superati dalla Nuñez grazie all’analisi di se stessa realizzata attraverso l’autoritratto, che permette una prima una fase di accettazione e poi una seconda fase di liberazione, tanto che alcuni di questi scatti sono seguiti da altri subito successivi in cui l’artista si mette a ballare, in una sorta di catarsi emotiva.
Dal 2005 Cristina Nuñez ha sperimentato questa modalità su altre persone: sono nati così i ritratti di Higher Self, di cui in mostra è presentata una selezione di intense opere realizzate con soggetti nudi, a sottolineare un desiderio di mettersi a nudo non solo interiore, ma anche esteriore.
Si tratta di autoritratti che le persone hanno prodotto durante i suoi workshop nelle accademie, nelle scuole, nelle carceri, nei centri di salute mentale e nelle aziende, svolti in uno studio allestito sul posto, invitando ciascuna persona a scattarsi autoritratti mentre esprime emozioni estreme. Racconta l’artista: “Invito la persona a interpretare in totale solitudine emozioni come rabbia, disperazione o terrore, che chiedo di raffigurare con la propria mimica facciale senza vedersi, scattandosi cinque autoscatti mentre ascolta come si sente in quel momento, in modo che l’emozione divenga reale. Quando ha finito, entro nello studio e la accompagno nel processo di percezione delle immagini, coinvolgendola nella scelta dell’opera finale. Le persone mettono il corpo nella massima tensione per spingere fuori tutta l’aria emozionale attraverso la bocca, fino all’ultima goccia. Dopodiché possono concentrarsi solamente sull’ascolto delle emozioni, dei pensieri e delle sensazioni fisiche che rimangono dopo lo svuotamento”.
Questa pratica è diventata dal 2005 un vero e proprio metodo, The Self-Portrait Experience (SPEX), a cui si sono sottoposte più di 3.800 persone fino ad oggi, di differenti nazionalità.

In occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante, il MAXXI ha presentato “L’Inferno di Dante” di Valentina Vannicola, progetto che è entrato quest’anno nelle Collezioni di fotografia del Museo.
Le quindici fotografie in mostra danno forma a un percorso in cui si avvicendano i peccatori descritti dal poeta nella prima delle tre Cantiche: a partire della Porta dell’Inferno, si incontrano le anime dei dannati in attesa sulle rive dell’Acheronte, quelle sospese nel Limbo, il corpo solo vegetale dei suicidi, e ancora le anime trascinate dalla bufera di Paolo e Francesca, quelle dei simoniaci, condannati ad essere capovolti nella terra, fino al Mastro Adamo, costretto all’immobilità e riarso dalla sete. Ambientate nelle campagne intorno a Tolfa (Roma), luogo d’origine dell’artista, le fotografie sono state realizzate coinvolgendo come attori gli stessi abitanti.
Protagonista, al pari dell’azione, è il brullo paesaggio della maremma laziale che, con le infinite tonalità di ocra, marrone, argento, bronzo, oro, conferisce alle immagini un preciso significato emotivo e progettuale. Nel lavoro di Valentina Vannicola, riconducibile al genere della staged photography, la componente letteraria funziona come traccia da seguire, approfondire e reinterpretare: è una sorta di input per avviare un processo inventivo libero e personale che conduce alla visualizzazione di un’immagine che prende forma in prima battuta in un bozzetto. L’immagine viene poi concretizzata nello scatto finale, risultato di un complesso lavoro di produzione in cui l’autrice assume il ruolo di sceneggiatrice, costumista, regista, oltre che fotografa. La continuità tonale, la sequenza rigorosa e le inquadrature meticolosamente studiate costruiscono un racconto sintetico, serrato, ma anche potentemente immaginifico e carico di rimandi simbolici, capace di reinterpretare in chiave contemporanea e corale una delle opere più “visive” della storia della letteratura.
# 01 Canto III, Antinferno La porta dell’Inferno Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.
# 01 Canto III, Antinferno La porta dell’Inferno Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.
# 02 Canto III, Antinferno Ignavi «Questo misero modo tegnon l’anime triste di coloro che visser sanza ’nfamia e sanza lodo»
# 02 Canto III, Antinferno Ignavi «Questo misero modo tegnon l’anime triste di coloro che visser sanza ’nfamia e sanza lodo»
# 03 Canto III, Antinferno Passaggio dell’Acheronte «quelli che muoion ne l’ira di Dio tutti convegnon qui d’ogne paese; e pronti sono a trapassar lo rio, ché la divina giustizia li sprona, sì che la tema si volve in disio» L’Acheronte è il fiume che segna il confine del mondo degli inferi; sulle sue rive si affollano le anime dei dannati in attesa di essere trasportate nell’oltremondo da Caronte, il nocchiero infernale.
# 03 Canto III, Antinferno Passaggio dell’Acheronte «quelli che muoion ne l’ira di Dio tutti convegnon qui d’ogne paese; e pronti sono a trapassar lo rio, ché la divina giustizia li sprona, sì che la tema si volve in disio» L’Acheronte è il fiume che segna il confine del mondo degli inferi; sulle sue rive si affollano le anime dei dannati in attesa di essere trasportate nell’oltremondo da Caronte, il nocchiero infernale.
# 04 Canto IV, primo Cerchio Il Limbo Così si mise e così mi fé intrare nel primo cerchio che l’abisso cigne. Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri che l’aura etterna facevan tremare; ciò avvenia di duol sanza martìri Luogo immaginato dalla tradizione cristiana come dimora ultraterrena dei non credenti prima della redenzione, e dei bambini innocenti ma non battezzati. Le anime che popolano il Limbo vivono in un eterno stato di sospensione, prive di disperazione o di speranza.
# 04 Canto IV, primo Cerchio Il Limbo Così si mise e così mi fé intrare nel primo cerchio che l’abisso cigne. Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri che l’aura etterna facevan tremare; ciò avvenia di duol sanza martìri Luogo immaginato dalla tradizione cristiana come dimora ultraterrena dei non credenti prima della redenzione, e dei bambini innocenti ma non battezzati. Le anime che popolano il Limbo vivono in un eterno stato di sospensione, prive di disperazione o di speranza.
# 05 Canto V, secondo Cerchio Lussuriosi Quali colombe dal disio chiamate con l’ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l’aere dal voler portate Qui il contrappasso è d’immediata lettura: coloro che in vita sottomisero la ragione alla tempesta della passione sono ora trascinati in un’arrestabile bufera di vento.
# 05 Canto V, secondo Cerchio Lussuriosi Quali colombe dal disio chiamate con l’ali alzate e ferme al dolce nido vegnon per l’aere dal voler portate Qui il contrappasso è d’immediata lettura: coloro che in vita sottomisero la ragione alla tempesta della passione sono ora trascinati in un’arrestabile bufera di vento.
# 06 Canto VI, terzo Cerchio Golosi Urlar li fa la pioggia come cani; de l’un e de’ lati fanno a l’altro schermo; volgonsi spesso i miseri profani. Puniti da una continua e maleodorante pioggia e riversi nel fango, in contrasto con le delicate vivande e i savorosi vini di cui si saziarono in vita.
# 06 Canto VI, terzo Cerchio Golosi Urlar li fa la pioggia come cani; de l’un e de’ lati fanno a l’altro schermo; volgonsi spesso i miseri profani. Puniti da una continua e maleodorante pioggia e riversi nel fango, in contrasto con le delicate vivande e i savorosi vini di cui si saziarono in vita.
# 07 Canto VII, quarto Cerchio Avari Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa, e d’una parte e d’altra, con grand’urli, voltando pesi per forza di poppa. Gli avari e i prodighi sono colpevoli di due peccati contrari ma nati dalla stessa matrice: l’attaccamento ai beni materiali e l’uso incontinente del denaro. Sono condannati a spingere senza posa pesanti macigni: sacchi pieni d’oro trasformati in pietre, simbolo delle vane ricchezze accumulate.
# 07 Canto VII, quarto Cerchio Avari Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa, e d’una parte e d’altra, con grand’urli, voltando pesi per forza di poppa. Gli avari e i prodighi sono colpevoli di due peccati contrari ma nati dalla stessa matrice: l’attaccamento ai beni materiali e l’uso incontinente del denaro. Sono condannati a spingere senza posa pesanti macigni: sacchi pieni d’oro trasformati in pietre, simbolo delle vane ricchezze accumulate.
# 08 Canto VII, quinto Cerchio Iracondi e accidiosi E io, che di mirare stava inteso, vidi genti fangose in quel pantano, ignude tutte, con sembiante offeso. Nella palude Stigia si trovano gli iracondi e gli accidiosi; i primi emergono dall’acqua picchiandosi tra di loro e i secondi sono completamente immersi nel tristo ruscel e la loro presenza è testimoniata dal ribollire della superficie dell’acqua.
# 08 Canto VII, quinto Cerchio Iracondi e accidiosi E io, che di mirare stava inteso, vidi genti fangose in quel pantano, ignude tutte, con sembiante offeso. Nella palude Stigia si trovano gli iracondi e gli accidiosi; i primi emergono dall’acqua picchiandosi tra di loro e i secondi sono completamente immersi nel tristo ruscel e la loro presenza è testimoniata dal ribollire della superficie dell’acqua.
# 09 Canto IX, sesto Cerchio Eretici E quelli a me: «Qui son li eresiarche con lor seguaci, d’ogne setta, e molto più che non credi son le tombe carche...» Qui si trovano gli eretici i cui sarcofagi rimarranno aperti, arsi dalle fiamme, fino al giorno del Giudizio Universale quando le anime rivestiranno i propri corpi.
# 09 Canto IX, sesto Cerchio Eretici E quelli a me: «Qui son li eresiarche con lor seguaci, d’ogne setta, e molto più che non credi son le tombe carche...» Qui si trovano gli eretici i cui sarcofagi rimarranno aperti, arsi dalle fiamme, fino al giorno del Giudizio Universale quando le anime rivestiranno i propri corpi.
# 10 Canto X, sesto Cerchio Farinata degli Uberti, Eretici Io avea già il mio viso nel suo fitto; ed el s’ergea col petto e con la fronte com’avesse l’inferno a gran dispitto. Personaggio di spicco della fazione ghibellina della Firenze del XIII secolo. La sua forte personalità rimane integra nell’Inferno ed è tradotta in ogni suo gesto e parola, come nell’ergersi dalla tomba col petto e con la fronte/ com’avesse l’inferno a gran dispitto.
# 10 Canto X, sesto Cerchio Farinata degli Uberti, Eretici Io avea già il mio viso nel suo fitto; ed el s’ergea col petto e con la fronte com’avesse l’inferno a gran dispitto. Personaggio di spicco della fazione ghibellina della Firenze del XIII secolo. La sua forte personalità rimane integra nell’Inferno ed è tradotta in ogni suo gesto e parola, come nell’ergersi dalla tomba col petto e con la fronte/ com’avesse l’inferno a gran dispitto.
# 11 Canto XIII, settimo Cerchio, II Girone Suicidi Come l’altre verrem per nostre spoglie, ma non però ch’alcuna sen rivesta, ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. Qui le strascineremo, e per la mesta selva saranno i nostri corpi appesi, ciascuno al prun de l’ombra sua molesta. Avendo rinunciato al proprio corpo, i suicidi sono destinati ad averne uno soltanto vegetale. Così il giorno del Giudizio, a differenza di tutte le altre anime che saranno rivestite della propria carne, queste ne rimarranno per sempre separate: i corpi saranno trascinati ed appesi agli alberi che esse hanno generato.
# 11 Canto XIII, settimo Cerchio, II Girone Suicidi Come l’altre verrem per nostre spoglie, ma non però ch’alcuna sen rivesta, ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. Qui le strascineremo, e per la mesta selva saranno i nostri corpi appesi, ciascuno al prun de l’ombra sua molesta. Avendo rinunciato al proprio corpo, i suicidi sono destinati ad averne uno soltanto vegetale. Così il giorno del Giudizio, a differenza di tutte le altre anime che saranno rivestite della propria carne, queste ne rimarranno per sempre separate: i corpi saranno trascinati ed appesi agli alberi che esse hanno generato.
# 12 Canto XVIII, ottavo Cerchio, II Bolgia Lusingatori, Taide Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe», mi disse, «il viso un poco più avante, sì che la faccia ben con l’occhio attinghe di quella sozza e scapigliata fante che là si graffia e con l’unghie merdose, e or s’accoscia e ora è in piedi stante...» Gli adulatori, insieme ai ruffiani e ai seduttori, sono la specie di uomini più lontana dalla tempra morale di Dante; così, sebbene non siano tra i più malvagi, le loro pene - la frusta e lo sterco - sono tra le più umilianti.
# 12 Canto XVIII, ottavo Cerchio, II Bolgia Lusingatori, Taide Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe», mi disse, «il viso un poco più avante, sì che la faccia ben con l’occhio attinghe di quella sozza e scapigliata fante che là si graffia e con l’unghie merdose, e or s’accoscia e ora è in piedi stante...» Gli adulatori, insieme ai ruffiani e ai seduttori, sono la specie di uomini più lontana dalla tempra morale di Dante; così, sebbene non siano tra i più malvagi, le loro pene - la frusta e lo sterco - sono tra le più umilianti.
# 13 Canto XIX, ottavo Cerchio, III Bolgia Simoniaci Fuor de la bocca a ciascun soperchiava d’un peccator li piedi e de le gambe infino al grosso, e l’altro dentro stava. I dannati che popolano questa Bolgia furono in vita sempre occupati in questioni materiali e non in quelle spirituali come sarebbe stato proprio del loro ufficio; sono così condannati ad essere capovolti con la testa verso la terra.
# 13 Canto XIX, ottavo Cerchio, III Bolgia Simoniaci Fuor de la bocca a ciascun soperchiava d’un peccator li piedi e de le gambe infino al grosso, e l’altro dentro stava. I dannati che popolano questa Bolgia furono in vita sempre occupati in questioni materiali e non in quelle spirituali come sarebbe stato proprio del loro ufficio; sono così condannati ad essere capovolti con la testa verso la terra.
# 14 Canto XXIX, ottavo Cerchio, X Bolgia Falsari Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle l’un de l’altro giacea, e qual carpone si trasmutava per lo tristo calle. Passo passo andavam sanza sermone, guardando e ascoltando li ammalati, che non potean levar le lor persone. La decima Bolgia è animata dai lamenti strazianti dei dannati che vi dimorano. Divisi in quattro specie (falsari di metalli, di monete, di persone, di parola) sono puniti con atroci malattie e febbri che alterano o corrompono il loro aspetto fisico, proprio come essi alterarono la natura di ciò che falsificarono.
# 14 Canto XXIX, ottavo Cerchio, X Bolgia Falsari Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle l’un de l’altro giacea, e qual carpone si trasmutava per lo tristo calle. Passo passo andavam sanza sermone, guardando e ascoltando li ammalati, che non potean levar le lor persone. La decima Bolgia è animata dai lamenti strazianti dei dannati che vi dimorano. Divisi in quattro specie (falsari di metalli, di monete, di persone, di parola) sono puniti con atroci malattie e febbri che alterano o corrompono il loro aspetto fisico, proprio come essi alterarono la natura di ciò che falsificarono.
# 15 Canto XXX, ottavo Cerchio, X Bolgia Mastro Adamo, Falsari diss’elli a noi, «guardate e attendete a la miseria del maestro Adamo; io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli, e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo...» Uno dei personaggi di spicco del Canto, colpito da idropisia e costretto all’immobilità, è riarso dalla sete ed ossessionato dalla visione dei freschi ruscelli del Casentino, feudo dove svolgeva l’attività di falsificatore di fiorini.
# 15 Canto XXX, ottavo Cerchio, X Bolgia Mastro Adamo, Falsari diss’elli a noi, «guardate e attendete a la miseria del maestro Adamo; io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli, e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo...» Uno dei personaggi di spicco del Canto, colpito da idropisia e costretto all’immobilità, è riarso dalla sete ed ossessionato dalla visione dei freschi ruscelli del Casentino, feudo dove svolgeva l’attività di falsificatore di fiorini.
Schema di lavoro di Valentina Vannicola con le note per la creazione delle immagini
Schema di lavoro di Valentina Vannicola con le note per la creazione delle immagini

Il lavoro di Valentina Vannicola è riconducibile al genere della Staged Photography, la tendenza della fotografia contemporanea a presentare come reali scene costruite secondo le dinamiche proprie della cinematografia. La sua ricerca fotografica si è spesso concentrata sulla traduzione in immagine di opere letterarie e racconti che ha rimesso in scena in tableaux vivants.
Ciascuna sua immagine è il frutto di un meticoloso lavoro preparatorio che inizia con un'attenta pianificazione delle fasi preliminari attraverso dei bozzetti preparatori, prosegue con la ricerca degli oggetti, dei costumi di scena e l'individuazione delle location per arrivare alla creazione di un'immagine finale. Protagonisti delle sue opere sono attori non professionisti che vengono coinvolti nei diversi contesti in cui sceglie di operare.
La MLB Gallery propone un excursus nel lavoro di Valentina Vannicola, partendo dai suoi primi progetti (Nel Paese delle meraviglie - 2008 ; La principessa sul pisello - 2009; Living Layers - 2012) sino ai più recenti. In questa panoramica visiva e temporale, vengono messe in luce le costanti del suo lavoro: la messa in scena, il rapporto con il testo letterario e la narrazione più in generale, l'importanza della relazione con i luoghi e i loro abitanti.
Con Nel Paese delle meraviglie (2008), per la prima volta l'autrice sceglie di coinvolgere nella messa in scena di un testo letterario (Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll, 1865) i suoi famigliari e alcuni abitanti del suo paese natale: Tolfa nella Maremma laziale a nord di Roma. Il risultato è una serie di cinque scatti in cui la fisicità dei personaggi, i costumi e gli oggetti di scena sono lontani dall’incanto fiabesco del testo e ne sottolineano invece quello più ironico e grottesco.
Gli stessi fattori vengono ripresi nel lavoro successivo: La principessa sul pisello (2009), un riadattamento della fiaba di Hans Christian Andersen. Anche qui l’elemento dissacrante dello sguardo di Valentina Vannicola, si alimenta del dispositivo che mette in atto per realizzare i suoi lavori: l’utilizzo di attori non professionisti, la scelta delle location nel contesto naturale a lei noto, senza alterazione luministica e l’utilizzo di materiali poveri, domestici, per le installazioni di alcuni scatti.
Nel 2012 Vannicola lavora per una committenza su un quartiere della città di Roma, è la volta della serie Living Layers dove, viene messa in scena una città apparentemente priva di riferimenti temporali e spaziali specifici. I personaggi, gli abitanti del quartiere del VI Municipio, vengono isolati all’interno di spazi simbolici che portano il segno storico e sociale di quel territorio.
Infine con Riviere (2014) e Eravamo terraferma (2017), viene proposto un viaggio nell'atmosfera ovattata e immaginifica di due isole adriatiche. Qui il filo che separa la realtà dalla finzione si fa più sottile, viene mantenuto e talvolta esasperato il rapporto con il testo e le fonti, i luoghi divengono ancora una volta portatori di senso. In Riviere , il territorio di indagine è la Riviera Romagnola dove viene ambientata una storia composta dall'autrice, ispirata dai racconti di viaggio dei suoi nonni paterni e dall'incredibile storia dell'Isola delle Rose: una piattaforma costruita in mezzo al mare, dichiarata indipendente e infine bombardata dallo Stato italiano nel 1969. Con Eravamo terraferma invece, ci spostiamo nelle acque un tempo jugoslave ed oggi croate; qui ancora un'isola con una storia completamente diversa, costruita su fonti storiche e fatti realmente accaduti, il racconto di una storia “possibile” ma mai realmente accaduta che guarda al di là dell’Adriatico, alla ex Jugoslavia del maresciallo Tito e della guerra etnica degli anni Novanta.

Simona Ghizzoni è stata invitata a dialogare con le opere di Antonio Ligabue, di cui apre in contemporanea l’esposizione al Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Accomuna i due artisti non solo la frequentazione della stessa terra reggiana, ma soprattutto la passione per l’autoritratto, per il mondo naturale e animale, che nella Ghizzoni assume toni che avvicinano le sue opere alle atmosfere del realismo magico. Racconta l’artista: “Gli animali da sempre per me rappresentano uno specchio, uno sguardo muto che risponde al mio, interrogandomi sulle distanze che ci separano. Condivido con Ligabue l’urgenza di immergersi nella natura, ma la mia è una natura che non è mai realistica. La serie 'Innaturale', di cui espongo opere inedite, racconta una natura rigogliosa, immaginaria. Mentre l’autoritratto è un modo di fissare la propria presenza nel mondo, una punteggiatura. Nella serie di 'Autoritratti su Rosso' riprendo l’idea delle Metamorfosi di Ovidio, mi trasfiguro e divento io stessa natura, animale, cespuglio, lupo, sorpresa nel mezzo della metamorfosi.”
I primi soggetti pittorici dell'uomo furono gli animali. Il primo materiale usato per la pittura fu probabilmente il sangue stesso degli animali. Poi, progressivamente, gli animali sono lentamente usciti dalle nostre vite. Si è ridotta a un nulla una delle relazioni più antiche, metaforiche e sacre: la relazione uomo-animale. Il rapporto metamorfico dell'uomo che vede nell'animale il suo alter ego è andato scemando, ma rimane fondamentale per la comprensione dell'io. Quando sono intenti a esaminare un uomo, gli occhi di un animale sono vigili e diffidenti. Gli altri animali sono tenuti a distanza da quello sguardo. L'uomo invece diventa consapevole di se stesso nel ricambiarlo. La Ghizzoni si sofferma ad osservare l'intermezzo, l'immagine compresa tra due fotogrammi, quella zona del visibile non destinata all'uomo. Ci immerge in un’atmosfera sospesa, un universo incontaminato dove il rispetto per la natura è totale. E per questo "innaturale" rispetto all'antropizzazione dilagante. Nelle opere dell'artista vero e immaginifico si sovrappongono fondendosi, in una commistione ambigua di immagini di animali reali, imbalsamati e diorami fotografati nei musei internazionali.
“L'irrealtà delle immagini principalmente si crea attraverso l'inquadratura. Inquadrare significa escludere, diceva Susan Sontag, e io scelgo di escludere il contesto in cui le immagini si trovano. Sono nata a Reggio Emilia - spiega l’artista -, metà di montagna e metà di pianura. Forse per questo mi sono sempre sentita un po’ fuori posto. Sin da piccola conosco la leggenda del pittore Antonio Ligabue, che dipingeva per un bacio le sue fiere sui tovaglioli delle osterie. Santi, folli e artisti hanno sempre fatto parte dei nostri paesi. La fragilità fa parte dei nostri paesaggi, nebbiosi, sussurrati. La nostra arte è fragile, e di Ligabue confesso di condividere in parte le ossessioni.”
La mostra resterà aperta fino al 14 febbraio 2021. Visite guidate gratuite il sabato dalle 15 alle 19 o su prenotazione (per informazioni 346 7953757).
Simona Ghizzoni - Autoritratto su rosso 01, 2017, cm 80x80
Simona Ghizzoni - Autoritratto su rosso 01, 2017, cm 80x80
Simona Ghizzoni - Autoritratto su rosso 02, 2017, cm 80x80
Simona Ghizzoni - Autoritratto su rosso 02, 2017, cm 80x80
Simona Ghizzoni - Innaturale 01, 2018, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 01, 2018, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 02, 2008, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 02, 2008, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 03, 2013, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 03, 2013, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 04, 2018, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 04, 2018, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 05, 2015, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 05, 2015, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 06, 2014, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 06, 2014, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 07, 2014, cm 80x120
Simona Ghizzoni - Innaturale 07, 2014, cm 80x120

Il vernissage ai tempi del Covid: ingressi contingentati e visite guidate riservate con l'artista. Una dimensione intima ed emozionante.
Il finger food dedicato.
In occasione della mostra al Palazzo dei Diamanti “De Nittis e la rivoluzione dello sguardo”, Bertozzi & Casoni presentano alcune opere legate al concetto di istantanea, a partire dalla suggestione ricevuta dall’opera “Colazione in giardino” del pittore che fu protagonista, con Boldini, della scena parigina di fine Ottocento. Sfavillanti e lucenti, ritratte con dettagli maniacalmente realistici, le tavole apparecchiate della borghesia ottocentesca di De Nittis non potevano non attrarre ed ammaliare Bertozzi & Casoni, maestri di virtuosismo tecnico e concettuale, che ne hanno dato una interpretazione personale e attualizzata.
Il duo di artisti, al pari di De Nittis, si concentra, per la mostra alla MLB Maria Livia Brunelli, su brevi momenti che racchiudono una storia, ma ancora di più, un concetto. L'avvento della fotografia nel XIX secolo ha fortemente influenzato il modo di ritrarre la realtà che ormai poteva essere sezionata nei suoi istanti e descritta da immagini salienti. Una singola immagine estrapolata dalla realtà permetteva di vedere, e capire, la realtà stessa oltre la superficie.
De Nittis fa di questo la sua cifra caratteristica: rappresenta l'aulicità del quotidiano, la bellezza del presente, ritrae il suo tempo per presentarlo ai suoi contemporanei e tramandarlo a noi posteri.
Bertozzi & Casoni evidenziano a noi stessi il nostro presente fatto di precarietà, consumo, ricerca e spreco. Raccolgono varie eredità del passato: dalle nature morte seicentesche traggono la vanitas e il memento mori, dal realismo ottocentesco la visione disillusa della realtà, dalle avanguardie surrealiste lo spessore concettuale del ready made. Poi creano presenze disturbanti e sconcertanti.
Con occhio disilluso colgono l'istante impudico, ci mostrano oggetti e situazioni del quotidiano comuni a tutti e comunemente ritenuti da nascondere, da sgomberare, da ripulire; ma è proprio questo istante che ci accomuna tutti.
Lo scarto, il rifiuto alimentare, sono invenzioni umane, non esistono in natura, e la loro quantità è proporzionale al grado di sviluppo sociale ed economico. Non c'è miglior rappresentazione del nostro tempo.
Negli accumuli di Bertozzi & Casoni ci ritroviamo: li riconosciamo e abbiamo l'istinto di smaltirli, ma Bertozzi & Casoni ci bloccano, li bloccano nella ceramica. L'accumulo casuale, perfetto ready made di ogni nostro quotidiano, viene nobilitato e sottolineato dalla ceramica, dagli infiniti virtuosismi tecnici ed artistici che ci spingono a vedere oltre la superficie di ciò che stiamo guardando.
Riconoscendo ogni singolo oggetto e sapendo il loro scopo, evochiamo metafore e connessioni logiche che creano storie subito comprensibili e condivise da tutti.
INV. N. 886 "Disgrazia con orchidee blu", ceramica policroma, 2018, cm. h. 103 x 95 x 92
INV. N. 886 "Disgrazia con orchidee blu", ceramica policroma, 2018, cm. h. 103 x 95 x 92
INV. N. 886 "Disgrazia con orchidee blu", ceramica policroma, 2018, cm. h. 103 x 95 x 92
INV. N. 886 "Disgrazia con orchidee blu", ceramica policroma, 2018, cm. h. 103 x 95 x 92
INV. N. 970 “Colazione con uova”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 11 x 37 x 30
INV. N. 970 “Colazione con uova”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 11 x 37 x 30
INV. N. 970 “Colazione con uova”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 11 x 37 x 30
INV. N. 970 “Colazione con uova”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 11 x 37 x 30
INV. N. 973 “Colazione”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 13 x 40,5 x 34,5
INV. N. 973 “Colazione”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 13 x 40,5 x 34,5
INV. N. 973 “Colazione”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 13 x 40,5 x 34,5
INV. N. 973 “Colazione”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 13 x 40,5 x 34,5
INV. N. 969 “Frammento con panna”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 8 x 29 x 17
INV. N. 969 “Frammento con panna”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 8 x 29 x 17
INV. N. 969 “Frammento con panna”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 8 x 29 x 17
INV. N. 969 “Frammento con panna”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 8 x 29 x 17
INV. N. 977 “Frammento con profiterole”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 24,5 x 18
INV. N. 977 “Frammento con profiterole”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 24,5 x 18
INV. N. 977 “Frammento con profiterole”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 24,5 x 18
INV. N. 977 “Frammento con profiterole”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 24,5 x 18
INV. N. 976 “Frammento con yogurt”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 9 x 29 x 19
INV. N. 976 “Frammento con yogurt”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 9 x 29 x 19
INV. N. 974 “Vassoio con semifreddo”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 34,5 x 23,5
INV. N. 974 “Vassoio con semifreddo”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 34,5 x 23,5
INV. N. 974 “Vassoio con semifreddo”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 34,5 x 23,5
INV. N. 974 “Vassoio con semifreddo”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 34,5 x 23,5
INV. N. 975 “Frammento ovale con strudel”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 12 x 31 x 24
INV. N. 975 “Frammento ovale con strudel”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 12 x 31 x 24
INV. N. 975 “Frammento ovale con strudel”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 12 x 31 x 24
INV. N. 975 “Frammento ovale con strudel”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 12 x 31 x 24
INV. N. 980 “Ovale con guanto”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 30 x 21
INV. N. 980 “Ovale con guanto”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 30 x 21
INV. N. 980 “Ovale con guanto”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 30 x 21
INV. N. 980 “Ovale con guanto”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10,5 x 30 x 21
INV. N. 971 “Vassoio con cornetto”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 11 x 35,5 x 25,5
INV. N. 971 “Vassoio con cornetto”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 11 x 35,5 x 25,5
INV. N. 972 “Vassoio con profiterole al cioccolato”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10 x 34,5 x 23
INV. N. 972 “Vassoio con profiterole al cioccolato”, 2019, ceramica policroma, cm. h. 10 x 34,5 x 23

Agnese Purgatorio e Francesco Di Giovanni indagano con delicatezza le tematiche dell’esodo e delle migrazioni che hanno per protagonisti bambini e adolescenti, infondendo un messaggio di speranza e indicando la via di un possibile riscatto.
l temi della migrazione, dei diritti umani, della clandestinità e dell’attraversamento dei confini hanno da sempre caratterizzato il lavoro di Agnese Purgatorio, che nel tempo ha sperimentato fotografia, collage, performance, installazioni, scultura, scrittura e suono inseguendo le tracce di memorie personali e collettive. Nella mostra realizzata per la MLB l’artista presenta una serie di collage digitali, appartenenti alla serie Dalla Clandestinità, e alcuni inediti della serie This side of Paradise. Due scenari opposti a confronto: da un lato una folla incerta di migranti instabile sul precario ponte costituito da una cartina geografica dell’Italia che galleggia sul mare, capitanata da un’artista incinta, dall’aspetto temerario e dallo sguardo visionario; dall’altro lato bambini e persone adulte in fuga che superano i margini della boscaglia protette da guardiane immaginarie e guerriere ardite, quasi amazzoni, che affiorano per diventare simbolo della rinascita in una specie di rituale di iniziazione, di purificazione, che allontana le avversità. In entrambi i casi una migrazione metaforica e silenziosa che racconta quella vera in una atmosfera quasi surreale.
Nella video-installazione Cerebrale, invece, voci di donne yazide, abitanti del Kurdistan iracheno, raccontano la loro fuga dai territori occupati mentre una bambina, con un megafono, replica una sorta di rito girando intorno ad un albero di ulivo secolare.
Come scrive Martina Corgnati, “la bambina sparisce e ricompare, sparisce e ricompare, come se giocasse circolando intorno al tronco in un rituale antico e misterioso. Dal suo megafono premuto contro la bocca escono frasi e parole incomprensibili, proferite in lingue sconosciute da voci femminili diverse, voci che sembrano scaturire dal paesaggio stesso, torrido di cicale, quei luoghi in cui i greci antichi riconoscevano il segno magico e inquietante di Pan”. Una pratica artistica capace di immaginare mondi migliori sulle tracce della memoria collettiva, di esprimere l’indicibile e di creare un dialogo interiore con lo spettatore. L’installazione Cerebrale è tra le opere della collezione permanente del Musma, Museo della Scultura di Matera.
Nel video e nelle fotografie di Francesco Di Giovanni protagonista è invece una bambina etiope di dieci anni che, col il nastro ‘fragile’, imballa la bandiera europea. Il nastro è impiegato per tenere assieme e per proteggere gli elementi che costituiscono una comunità talvolta minata nella propria unità e stabilità. L’unica stella della bandiera europea che rimane visibile rappresenta l’àncora di salvezza a cui la piccola Sami si è aggrappata per cominciare una nuova vita: è quella dell’Italia, il paese in cui lei è stata adottata e che le ha permesso di ricostruirsi una famiglia.
"The Flag Relocation”, come sottolinea Maria Chiara Wang, “è l’ultimo capitolo della ricerca artistica di Francesco Di Giovanni fondata sul tema della ricollocazione. Grazie alla metafora del trasloco, estesa negli anni ad ambiti e a contesti differenti, l’artista si fa portavoce di una filosofia della migrazione argomentata visivamente mediante la produzione di media eterogenei come performance, fotografia, video e installazioni”.
la stessa opera è presente in contemporanea dal 21 settembre al 10 novembre nella mostra Da Guarene all’Etna 2019, Boiling Projects a cura di Filippo Maggia a Guarene d’Alba nella storica sede della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dove espongono venticinque esponenti della ricerca fotografica italiana attuale.
NEL PAESE DELLA MERAVIGLIA
Viaggio fantastico tra il micro e il macro
a cura di Maria Livia Brunelli e Stefano Mazzotti
La meraviglia dell’uomo di fronte alla natura e agli animali rivive nelle opere di due artisti, Barbara Capponi e Marcello Carrà, che ricreano con strumenti diversi due universi di dimensioni micro e macroscopiche, due mondi “distinti ma non distanti”, anzi intimamente legati da quello stesso senso di stupore che le diverse manifestazioni della vita sul pianeta hanno sempre creato nell’uomo.
I Retablos di Barbara Capponi nascono per lo sguardo bambino: sono micro mondi dentro scatole magiche, minuscoli diorami fulminati da un titolo, piccole macchine che generano stupore Per l’artista la meraviglia è legata a tre dimensioni, che considera “parchi naturali dell’anima”: la tra poesia, gioco e umorismo. I Retablos sembrano parenti dei giocattoli – piccoli, colorati, attraenti – e, malgrado in genere trattino temi molto seri, lo fanno in un modo che piace molto ai bambini e anche alla parte bambina dentro le persone grandi.
Marcello Carrà affronta il tema della meraviglia affidandosi ai pensieri di un bambino, capace di essere totalmente convincente e in grado di aprire gli occhi e la mente dei “grandi". L’artista presenta una serie di sculture di animali unite a disegni e testi a penna biro scritti sulle pagine di un quaderno delle elementari, oltre a un impressionante disegno di una cavalletta su un unico foglio di 8 metri, insetto scelto come esponente di un microcosmo di cui l’uomo ha ben poca considerazione, ma che nella sua rappresentazione macroscopica evidenzia la complessità delle forme e delle potenzialità della natura.
La mostra è organizzata in collaborazione con la MLB Gallery, è visitabile dal 20 giugno al 20 ottobre tutti i giorni dal martedì alla domenica dalle 9 alle 18 ed è compresa nel percorso del museo, senza costi aggiuntivi.
“Le donne fotografe si ritraggono sempre, quasi sempre. Gli uomini fotografi molto meno. È curioso.
I fotografi non hanno bisogno di cercare la loro anima?”
Concita De Gregorio
Inaugura il 1 dicembre 2018 alle ore 18.00 presso la Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia la mostra Chi sono io? Autoritratti, identità, reputazione. Fotografie di Guia Sara Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, Moira Ricci. Curata da Maria Livia Brunelli, l’esposizione è organizzata dalla MLB Maria Livia Brunelli home gallery in collaborazione con l’Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa e Contrasto, che è anche l’editore del libro omonimo firmato da Concita De Gregorio a cui l’esposizione, che resterà aperta fino al 3 febbraio 2019, si ispira.
In mostra una cinquantina di fotografie di cinque affermate fotografe italiane, con cui Concita De Gregorio ha a lungo conversato per il suo libro e che si muovono non solo nel campo dell’auto-rappresentazione.
“Nel cammino di studio, ricerca, selezione della fantastica galleria di autoritratti femminili, dalla fine dell’Ottocento alle giovani artiste che pubblicano oggi i loro lavori sui blog, mi sono fermata a parlare con cinque fotografe, a lungo. A tutte – Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, Moira Ricci – ho chiesto delle loro fotografie; hanno risposto raccontandomi la loro storia: la famiglia, la madre, l’infanzia, la solitudine e la paura, il corpo, il sesso, i figli. Il tempo, l’ossessione del tempo: assenza, presenza. Pieno e vuoto. Cercarsi, mancarsi. Incontrare, incontrarsi. L’autoritratto è la medicina al male di vivere. Il consenso è accidentale, irrilevante. Questo lavoro è iniziato così”.
Ogni artista ha voluto esporre non solo alcune foto contenute nel libro di Concita De Gregorio sul tema dell’autoritratto, ma anche opere più recenti, o addirittura inedite. Si va dalle fotografie surreali e narrative sui temi dell’identità e della maternità di Guia Besana, ai primi autoritratti, accostati alle immagini piene di fascino di luoghi abbandonati, di Silvia Camporesi, fino alla nota serie degli affetti familiari e delle fotografie scattate nelle case abitate temporaneamente da Anna Di Prospero a New York. Per Simona Ghizzoni l’autoritratto è una specie di terapia, un gesto sciamanico per conoscersi e liberarsi dalla paura di vivere, come si vede anche nelle ultime opere, presentate in mostra per la prima volta, mentre Moira Ricci riflette sulla sua incapacità di sentirsi della “dimensione giusta”: nel video Custodia Domestica è piccolissima, mentre diventa grande e ingombrante, ma invisibile per le altre persone, nella grande fotografia A Lidiput.
È interessante notare come nelle opere degli ultimi anni il fulcro della ricerca non sia più rivolto solo verso l’auto-rappresentazione, quasi come se la fase di introspezione a un certo punto venisse superata da tutte le artiste. Accomuna le loro ricerche successive l’indagine del mondo circostante: dalla mappatura dell’Italia regione per regione (Silvia Camporesi), all’immersione nell’ambiente naturale (Guia Besana, Simona Ghizzoni), alla nostalgia per il mondo rurale (Moira Ricci), fino all’esplorazione dello spazio urbano americano (Anna Di Prospero).
Un’altra particolarità che la mostra mette in luce è la contaminazione dei linguaggi: Silvia Camporesi e Simona Ghizzoni scelgono di stampare alcune foto in bianco e nero per poi colorarle pazientemente a mano; Guia Besana accosta immagini fotografiche ad altre inserite in suggestivi light box; Moira Ricci contamina la fotografia con il video e l’installazione, creando effetti sorprendenti; Anna Di Prospero realizza poetici autoritratti nati da gesti performativi in cui l’artista, con il suo corpo, interpreta lo spirito degli edifici architettonici, con riferimenti al cinema e alla danza.
LA MOSTRA
Sede
Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa
Galleria di Piazza San Marco, 71/c – Venezia
Inaugurazione
1 dicembre 2018, ore 18.00
Apertura
2 dicembre 2018 – 3 febbraio 2019
dal mercoledì alla domenica; dalle 10:30 alle 17:30
Ingresso libero
IL LIBRO
formato: 16x22,4 cm
pagine: 194
fotografie: 90 ca. a colori e in bianco e nero
confezione: cartonato telato
collana: In parole
prezzo: 22,00 euro
UFFICIO STAMPA
CONTRASTO Valentina Notarberardino 3666678862 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
MLB MARIA LIVIA BRUNELLI home gallery 346 7953757 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA +39 041 5207797 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
La MLB ha esposto nei giorni di ArteFiera 2019 (31 gennaio - 3 febbraio 2019) in una spettacolare torre nel centro di Bologna, ognuno dei sette artisti invitati artista ha avuto a disposizione un piano di un particolarissimo grattacielo medievale trasformato in un rifugio romantico, la Torre Prendiparte. E’ una delle venti torri che rimangono dal periodo di massimo splendore della città, la seconda più alta di Bologna.
Uno spazio di grande suggestione che ha 900 anni, originariamente costruito come rifugio per la potente famiglia Prendiparte, poi seminario e nel Settecento prigione religiosa. Le opere degli artisti saranno allestite ad hoc armonizzandosi con gli spazi della torre, compreso l’accogliente salotto arredato in stile classico, la camera da letto soppalcata, la cucina, l'ex carcere in cui è ancora possibile vedere i graffiti lasciati dai prigionieri sugli antichi muri. Il titolo dell'esposizione è "de-sidera", dal latino "sete di le stelle": "desiderantes" sono tutti coloro che soffrono una mancanza o una nostalgia, quindi "siamo tutti noi per il buio che avvolge il nostro destino". Il titolo è ispirato a un trattato sull'astronomia scritto da un Giacomo Leopardi sedicenne, uno scrittore molto amato dalla curatrice Maria Livia Brunelli, che ha ideato il progetto grazie alla preziosa collaborazione di Carlo Sala e Sabrina Losenno.
Gli artisti hanno interpretato liberamente il tema con riferimenti alla spiritualità, all'ermetismo e all'esoterismo. I primi piani saranno dedicati alla fotografia d'arte con opere inedite e intimistiche di Anna Di Prospero, Silvia Camporesi e Jacopo Valentini, poi salendo si incontreranno i lavori concettuali di Maurizio Camerani, le installazioni dei giovanissimi Francesco Pozzato e Fabio Ranzolin, per arrivare infine a un'urna sospesa a un filo che sarà possibile contemplare per una meditazione solitaria: un'opera intensamente metafisica di Ketty Tagliatti.
L'evento è nato da una sinergia virtuosa tra il proprietario della torre, Matteo Giovanardi, e la MLB, associazione non profit con sede a Ferrara e Porto Cervo, da oltre dieci anni attiva a livello nazionale e internazionale per la promozione dei giovani artisti.