Anna Di Prospero

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  • Presentazione

    "Empatie visive" è una antologica dei lavori più intensi e poetici di Anna Di Prospero: la serie dedicata alle architetture contemporanee, le opere ispirate alla storia dell’arte, i suggestivi scatti realizzati a Palazzo Ducale a Mantova, la serie più introspettiva di “Ardor”, le opere dedicate alle crociere e quelle recenti dedicate alla sua nuova famiglia. Accompagnata dalla macchina fotografica, Anna Di Prospero posa ogni giorno i suoi occhi sul quotidiano, restituendocelo in immagini dal valore intimo e, al tempo stesso, assoluto: «Per me lo straordinario sta nella rielaborazione che faccio attraverso le mie fotografie costruite, dove il mio personale diventa qualcosa di più universale, ma con un mio punto di vista», racconta.
    Le fotografie la ritraggono così nella sua casa, nel giardino, insieme alle persone con cui condivide la vita, i genitori, il compagno, i figli. Il suo sguardo si sposta verso la sua città, Latina, o verso quelle che frequenta per lavoro, come Parigi o New York. I ritratti sono l’esatto contrario dei selfie del nostro tempo, perché in ogni immagine Anna Di Prospero ci appare di spalle, assumendo così una nuova forma ogni volta, per raccontare quella complessità che ci accomuna e permettendo il coinvolgimento e l’immedesimazione di chi osserva: «Le straordinarie fotografie di Anna di Prospero ci ricordano che ognuno di noi ospita molti sé. È nella natura degli esseri umani», spiega Francine Prose nel testo che apre la monografia appena uscita sull’artista, “Nei miei occhi”, edita da Contrasto.
    Così, storia dopo storia, di Anna Di Prospero vediamo il corpo muoversi nello spazio, adagiarsi per terra, stringere al petto il figlio o abbracciare un’amica, ma non vediamo mai il suo viso. La sua presenza, delicata e misteriosa, si muove in ambienti quotidiani che diventano subito scenari da favola e, in ogni immagine, vediamo quel che vedono i suoi occhi e la seguiamo, come seguiremmo Alice alla scoperta del Paese delle meraviglie.

  • L'allestimento

    Empatie visive

    Anna Di Prospero

  • Invito vernissage

    ADP Empatie visive fronte

  • Data 21 maggio 2022 / 29 ottobre 2022

Cristina Nuñez

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  • Presentazione

    Cristina Nuñez è riconosciuta a livello internazionale come la maggior esponente dell’autoritratto fotografico come terapia per indagare il proprio inconscio. Come lei stessa afferma, la sua missione è “convertire il dolore in arte”, in una sorta di alchimia moderna che attribuisce alla nostra vulnerabilità e fragilità un grande potere creativo e curativo.
    Nel 1988, nel tentativo di superare i suoi problemi personali, la Nuñez iniziò a scattare autoritratti in privato. Dando forma alle sue emozioni più scomode, queste immagini diventarono una forma di autoterapia attraverso la quale imparò chi lei davvero fosse. In mostra alla MLB saranno esposti alcuni di questi autoritratti della serie Someone to Love (1988-2011): i momenti di profonda crisi, la sofferenza più intensa vengono superati dalla Nuñez grazie all’analisi di se stessa realizzata attraverso l’autoritratto, che permette una prima una fase di accettazione e poi una seconda fase di liberazione, tanto che alcuni di questi scatti sono seguiti da altri subito successivi in cui l’artista si mette a ballare, in una sorta di catarsi emotiva.
    Dal 2005 Cristina Nuñez ha sperimentato questa modalità su altre persone: sono nati così i ritratti di Higher Self, di cui in mostra è presentata una selezione di intense opere realizzate con soggetti nudi, a sottolineare un desiderio di mettersi a nudo non solo interiore, ma anche esteriore.
    Si tratta di autoritratti che le persone hanno prodotto durante i suoi workshop nelle accademie, nelle scuole, nelle carceri, nei centri di salute mentale e nelle aziende, svolti in uno studio allestito sul posto, invitando ciascuna persona a scattarsi autoritratti mentre esprime emozioni estreme. Racconta l’artista: “Invito la persona a interpretare in totale solitudine emozioni come rabbia, disperazione o terrore, che chiedo di raffigurare con la propria mimica facciale senza vedersi, scattandosi cinque autoscatti mentre ascolta come si sente in quel momento, in modo che l’emozione divenga reale. Quando ha finito, entro nello studio e la accompagno nel processo di percezione delle immagini, coinvolgendola nella scelta dell’opera finale. Le persone mettono il corpo nella massima tensione per spingere fuori tutta l’aria emozionale attraverso la bocca, fino all’ultima goccia. Dopodiché possono concentrarsi solamente sull’ascolto delle emozioni, dei pensieri e delle sensazioni fisiche che rimangono dopo lo svuotamento”.
    Questa pratica è diventata dal 2005 un vero e proprio metodo, The Self-Portrait Experience (SPEX), a cui si sono sottoposte più di 3.800 persone fino ad oggi, di differenti nazionalità.

  • Le opere in mostra

    Il potere curativo della vulnerabilità

    Cristina Nuñez

  • L'allestimento

    Il potere curativo della vulnerabilità

    Cristina Nuñez

  • Invito vernissage

    Nunez vulnerabilità fronte

  • Data 16 gennaio 2022 / 18 aprile 2022

Valentina Vannicola

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Valentina Vannicola

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  • Presentazione

    Il lavoro di Valentina Vannicola è riconducibile al genere della Staged Photography, la tendenza della fotografia contemporanea a presentare come reali scene costruite secondo le dinamiche proprie della cinematografia. La sua ricerca fotografica si è spesso concentrata sulla traduzione in immagine di opere letterarie e racconti che ha rimesso in scena in tableaux vivants.
    Ciascuna sua immagine è il frutto di un meticoloso lavoro preparatorio che inizia con un'attenta pianificazione delle fasi preliminari attraverso dei bozzetti preparatori, prosegue con la ricerca degli oggetti, dei costumi di scena e l'individuazione delle location per arrivare alla creazione di un'immagine finale. Protagonisti delle sue opere sono attori non professionisti che vengono coinvolti nei diversi contesti in cui sceglie di operare.
    La MLB Gallery propone un excursus nel lavoro di Valentina Vannicola, partendo dai suoi primi progetti (Nel Paese delle meraviglie - 2008 ; La principessa sul pisello - 2009; Living Layers - 2012) sino ai più recenti. In questa panoramica visiva e temporale, vengono messe in luce le costanti del suo lavoro: la messa in scena, il rapporto con il testo letterario e la narrazione più in generale, l'importanza della relazione con i luoghi e i loro abitanti.
    Con Nel Paese delle meraviglie (2008), per la prima volta l'autrice sceglie di coinvolgere nella messa in scena di un testo letterario (Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll, 1865) i suoi famigliari e alcuni abitanti del suo paese natale: Tolfa nella Maremma laziale a nord di Roma. Il risultato è una serie di cinque scatti in cui la fisicità dei personaggi, i costumi e gli oggetti di scena sono lontani dall’incanto fiabesco del testo e ne sottolineano invece quello più ironico e grottesco.
    Gli stessi fattori vengono ripresi nel lavoro successivo: La principessa sul pisello (2009), un riadattamento della fiaba di Hans Christian Andersen. Anche qui l’elemento dissacrante dello sguardo di Valentina Vannicola, si alimenta del dispositivo che mette in atto per realizzare i suoi lavori: l’utilizzo di attori non professionisti, la scelta delle location nel contesto naturale a lei noto, senza alterazione luministica e l’utilizzo di materiali poveri, domestici, per le installazioni di alcuni scatti.
    Nel 2012 Vannicola lavora per una committenza su un quartiere della città di Roma, è la volta della serie Living Layers dove, viene messa in scena una città apparentemente priva di riferimenti temporali e spaziali specifici. I personaggi, gli abitanti del quartiere del VI Municipio, vengono isolati all’interno di spazi simbolici che portano il segno storico e sociale di quel territorio.
    Infine con Riviere (2014) e Eravamo terraferma (2017), viene proposto un viaggio nell'atmosfera ovattata e immaginifica di due isole adriatiche. Qui il filo che separa la realtà dalla finzione si fa più sottile, viene mantenuto e talvolta esasperato il rapporto con il testo e le fonti, i luoghi divengono ancora una volta portatori di senso. In Riviere , il territorio di indagine è la Riviera Romagnola dove viene ambientata una storia composta dall'autrice, ispirata dai racconti di viaggio dei suoi nonni paterni e dall'incredibile storia dell'Isola delle Rose: una piattaforma costruita in mezzo al mare, dichiarata indipendente e infine bombardata dallo Stato italiano nel 1969. Con Eravamo terraferma invece, ci spostiamo nelle acque un tempo jugoslave ed oggi croate; qui ancora un'isola con una storia completamente diversa, costruita su fonti storiche e fatti realmente accaduti, il racconto di una storia “possibile” ma mai realmente accaduta che guarda al di là dell’Adriatico, alla ex Jugoslavia del maresciallo Tito e della guerra etnica degli anni Novanta.

  • Le opere in mostra

    Storie di uomini, isole e nebbie

    Valentina Vannicola

  • Invito vernissage

    Vannicola fronte

  • Data 23 maggio 2021 / 14 settembre 2021

Simona Ghizzoni

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Bertozzi & Casoni

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Agnese Purgatorio Francesco Di Giovanni

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  • Presentazione

    Agnese Purgatorio e Francesco Di Giovanni indagano con delicatezza le tematiche dell’esodo e delle migrazioni che hanno per protagonisti bambini e adolescenti, infondendo un messaggio di speranza e indicando la via di un possibile riscatto.
    l temi della migrazione, dei diritti umani, della clandestinità e dell’attraversamento dei confini hanno da sempre caratterizzato il lavoro di Agnese Purgatorio, che nel tempo ha sperimentato fotografia, collage, performance, installazioni, scultura, scrittura e suono inseguendo le tracce di memorie personali e collettive. Nella mostra realizzata per la MLB l’artista presenta una serie di collage digitali, appartenenti alla serie Dalla Clandestinità, e alcuni inediti della serie This side of Paradise. Due scenari opposti a confronto: da un lato una folla incerta di migranti instabile sul precario ponte costituito da una cartina geografica dell’Italia che galleggia sul mare, capitanata da un’artista incinta, dall’aspetto temerario e dallo sguardo visionario; dall’altro lato bambini e persone adulte in fuga che superano i margini della boscaglia protette da guardiane immaginarie e guerriere ardite, quasi amazzoni, che affiorano per diventare simbolo della rinascita in una specie di rituale di iniziazione, di purificazione, che allontana le avversità. In entrambi i casi una migrazione metaforica e silenziosa che racconta quella vera in una atmosfera quasi surreale.
    Nella video-installazione Cerebrale, invece, voci di donne yazide, abitanti del Kurdistan iracheno, raccontano la loro fuga dai territori occupati mentre una bambina, con un megafono, replica una sorta di rito girando intorno ad un albero di ulivo secolare.
    Come scrive Martina Corgnati, “la bambina sparisce e ricompare, sparisce e ricompare, come se giocasse circolando intorno al tronco in un rituale antico e misterioso. Dal suo megafono premuto contro la bocca escono frasi e parole incomprensibili, proferite in lingue sconosciute da voci femminili diverse, voci che sembrano scaturire dal paesaggio stesso, torrido di cicale, quei luoghi in cui i greci antichi riconoscevano il segno magico e inquietante di Pan”. Una pratica artistica capace di immaginare mondi migliori sulle tracce della memoria collettiva, di esprimere l’indicibile e di creare un dialogo interiore con lo spettatore. L’installazione Cerebrale è tra le opere della collezione permanente del Musma, Museo della Scultura di Matera.

    Nel video e nelle fotografie di Francesco Di Giovanni protagonista è invece una bambina etiope di dieci anni che, col il nastro ‘fragile’, imballa la bandiera europea. Il nastro è impiegato per tenere assieme e per proteggere gli elementi che costituiscono una comunità talvolta minata nella propria unità e stabilità. L’unica stella della bandiera europea che rimane visibile rappresenta l’àncora di salvezza a cui la piccola Sami si è aggrappata per cominciare una nuova vita: è quella dell’Italia, il paese in cui lei è stata adottata e che le ha permesso di ricostruirsi una famiglia.
    "The Flag Relocation”, come sottolinea Maria Chiara Wang, “è l’ultimo capitolo della ricerca artistica di Francesco Di Giovanni fondata sul tema della ricollocazione. Grazie alla metafora del trasloco, estesa negli anni ad ambiti e a contesti differenti, l’artista si fa portavoce di una filosofia della migrazione argomentata visivamente mediante la produzione di media eterogenei come performance, fotografia, video e installazioni”.

    la stessa opera è presente in contemporanea dal 21 settembre al 10 novembre nella mostra Da Guarene all’Etna 2019, Boiling Projects a cura di Filippo Maggia a Guarene d’Alba nella storica sede della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dove espongono venticinque esponenti della ricerca fotografica italiana attuale.

  • Le opere in mostra

    Mondi Migliori

    Agnese Purgatorio

    Francesco Di Giovanni

  • Data 4 ottobre 2019 / 16 novembre 2019

NEL PAESE DELLA MERAVIGLIA

Viaggio fantastico tra il micro e il macro

a cura di Maria Livia Brunelli e Stefano Mazzotti

 

La meraviglia dell’uomo di fronte alla natura e agli animali rivive nelle opere di due artisti, Barbara Capponi e Marcello Carrà, che ricreano con strumenti diversi due universi di dimensioni micro e macroscopiche, due mondi “distinti ma non distanti”, anzi intimamente legati da quello stesso senso di stupore che le diverse manifestazioni della vita sul pianeta hanno sempre creato nell’uomo.

I Retablos di Barbara Capponi nascono per lo sguardo bambino: sono micro mondi dentro scatole magiche, minuscoli diorami fulminati da un titolo, piccole macchine che generano stupore Per l’artista la meraviglia è legata a tre dimensioni, che considera “parchi naturali dell’anima”: la tra poesia, gioco e umorismo. I Retablos sembrano parenti dei giocattoli – piccoli, colorati, attraenti – e, malgrado in genere trattino temi molto seri, lo fanno in un modo che piace molto ai bambini e anche alla parte bambina dentro le persone grandi.

Marcello Carrà affronta il tema della meraviglia affidandosi ai pensieri di un bambino, capace di essere totalmente convincente e in grado di aprire gli occhi e la mente dei “grandi". L’artista presenta una serie di sculture di animali unite a disegni e testi a penna biro scritti sulle pagine di un quaderno delle elementari, oltre a un impressionante disegno di una cavalletta su un unico foglio di 8 metri, insetto scelto come esponente di un microcosmo di cui l’uomo ha ben poca considerazione, ma che nella sua rappresentazione macroscopica evidenzia la complessità delle forme e delle potenzialità della natura.

La mostra è organizzata in collaborazione con la MLB Gallery, è visitabile dal 20 giugno al 20 ottobre tutti i giorni dal martedì alla domenica dalle 9 alle 18 ed è compresa nel percorso del museo, senza costi aggiuntivi.

 

“Le donne fotografe si ritraggono sempre, quasi sempre. Gli uomini fotografi molto meno. È curioso.
I fotografi non hanno bisogno di cercare la loro anima?”
Concita De Gregorio

Inaugura il 1 dicembre 2018 alle ore 18.00 presso la Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia la mostra Chi sono io? Autoritratti, identità, reputazione. Fotografie di Guia Sara Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, Moira Ricci. Curata da Maria Livia Brunelli, l’esposizione è organizzata dalla MLB Maria Livia Brunelli home gallery in collaborazione con l’Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa e Contrasto, che è anche l’editore del libro omonimo firmato da Concita De Gregorio a cui l’esposizione, che resterà aperta fino al 3 febbraio 2019, si ispira.

In mostra una cinquantina di fotografie di cinque affermate fotografe italiane, con cui Concita De Gregorio ha a lungo conversato per il suo libro e che si muovono non solo nel campo dell’auto-rappresentazione.
“Nel cammino di studio, ricerca, selezione della fantastica galleria di autoritratti femminili, dalla fine dell’Ottocento alle giovani artiste che pubblicano oggi i loro lavori sui blog, mi sono fermata a parlare con cinque fotografe, a lungo. A tutte – Guia Besana, Silvia Camporesi, Anna Di Prospero, Simona Ghizzoni, Moira Ricci – ho chiesto delle loro fotografie; hanno risposto raccontandomi la loro storia: la famiglia, la madre, l’infanzia, la solitudine e la paura, il corpo, il sesso, i figli. Il tempo, l’ossessione del tempo: assenza, presenza. Pieno e vuoto. Cercarsi, mancarsi. Incontrare, incontrarsi. L’autoritratto è la medicina al male di vivere. Il consenso è accidentale, irrilevante. Questo lavoro è iniziato così”.
Ogni artista ha voluto esporre non solo alcune foto contenute nel libro di Concita De Gregorio sul tema dell’autoritratto, ma anche opere più recenti, o addirittura inedite. Si va dalle fotografie surreali e narrative sui temi dell’identità e della maternità di Guia Besana, ai primi autoritratti, accostati alle immagini piene di fascino di luoghi abbandonati, di Silvia Camporesi, fino alla nota serie degli affetti familiari e delle fotografie scattate nelle case abitate temporaneamente da Anna Di Prospero a New York. Per Simona Ghizzoni l’autoritratto è una specie di terapia, un gesto sciamanico per conoscersi e liberarsi dalla paura di vivere, come si vede anche nelle ultime opere, presentate in mostra per la prima volta, mentre Moira Ricci riflette sulla sua incapacità di sentirsi della “dimensione giusta”: nel video Custodia Domestica è piccolissima, mentre diventa grande e ingombrante, ma invisibile per le altre persone, nella grande fotografia A Lidiput.
È interessante notare come nelle opere degli ultimi anni il fulcro della ricerca non sia più rivolto solo verso l’auto-rappresentazione, quasi come se la fase di introspezione a un certo punto venisse superata da tutte le artiste. Accomuna le loro ricerche successive l’indagine del mondo circostante: dalla mappatura dell’Italia regione per regione (Silvia Camporesi), all’immersione nell’ambiente naturale (Guia Besana, Simona Ghizzoni), alla nostalgia per il mondo rurale (Moira Ricci), fino all’esplorazione dello spazio urbano americano (Anna Di Prospero).
Un’altra particolarità che la mostra mette in luce è la contaminazione dei linguaggi: Silvia Camporesi e Simona Ghizzoni scelgono di stampare alcune foto in bianco e nero per poi colorarle pazientemente a mano; Guia Besana accosta immagini fotografiche ad altre inserite in suggestivi light box; Moira Ricci contamina la fotografia con il video e l’installazione, creando effetti sorprendenti; Anna Di Prospero realizza poetici autoritratti nati da gesti performativi in cui l’artista, con il suo corpo, interpreta lo spirito degli edifici architettonici, con riferimenti al cinema e alla danza.

LA MOSTRA
Sede
Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa
Galleria di Piazza San Marco, 71/c – Venezia
Inaugurazione
1 dicembre 2018, ore 18.00
Apertura
2 dicembre 2018 – 3 febbraio 2019
dal mercoledì alla domenica; dalle 10:30 alle 17:30
Ingresso libero

IL LIBRO
formato: 16x22,4 cm
pagine: 194
fotografie: 90 ca. a colori e in bianco e nero
confezione: cartonato telato
collana: In parole
prezzo: 22,00 euro

UFFICIO STAMPA
CONTRASTO Valentina Notarberardino 3666678862 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
MLB MARIA LIVIA BRUNELLI home gallery 346 7953757 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA +39 041 5207797 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

La MLB ha esposto nei giorni di ArteFiera 2019 (31 gennaio - 3 febbraio 2019) in una spettacolare torre nel centro di Bologna, ognuno dei sette artisti invitati artista ha avuto a disposizione un piano di un particolarissimo grattacielo medievale trasformato in un rifugio romantico, la Torre Prendiparte. E’ una delle venti torri che rimangono dal periodo di massimo splendore della città, la seconda più alta di Bologna.

Uno spazio di grande suggestione che ha 900 anni, originariamente costruito come rifugio per la potente famiglia Prendiparte, poi seminario e nel Settecento prigione religiosa. Le opere degli artisti saranno allestite ad hoc armonizzandosi con gli spazi della torre, compreso l’accogliente salotto arredato in stile classico, la camera da letto soppalcata, la cucina, l'ex carcere in cui è ancora possibile vedere i graffiti lasciati dai prigionieri sugli antichi muri. Il titolo dell'esposizione è "de-sidera", dal latino "sete di le stelle": "desiderantes" sono tutti coloro che soffrono una mancanza o una nostalgia, quindi "siamo tutti noi per il buio che avvolge il nostro destino". Il titolo è ispirato a un trattato sull'astronomia scritto da un Giacomo Leopardi sedicenne, uno scrittore molto amato dalla curatrice Maria Livia Brunelli, che ha ideato il progetto grazie alla preziosa collaborazione di Carlo Sala e Sabrina Losenno.

Gli artisti hanno interpretato liberamente il tema con riferimenti alla spiritualità, all'ermetismo e all'esoterismo. I primi piani saranno dedicati alla fotografia d'arte con opere inedite e intimistiche di Anna Di Prospero, Silvia Camporesi e Jacopo Valentini, poi salendo si incontreranno i lavori concettuali di Maurizio Camerani, le installazioni dei giovanissimi Francesco Pozzato e Fabio Ranzolin, per arrivare infine a un'urna sospesa a un filo che sarà possibile contemplare per una meditazione solitaria: un'opera intensamente metafisica di Ketty Tagliatti.

L'evento è nato da una sinergia virtuosa tra il proprietario della torre, Matteo Giovanardi, e la MLB, associazione non profit con sede a Ferrara e Porto Cervo, da oltre dieci anni attiva a livello nazionale e internazionale per la promozione dei giovani artisti.

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